di Valerio Bassan

 

Braamfontein è un dedalo di uffici, grandi viali e moderni palazzi nel centro di Johannesburg. Nel cuore di questo quartiere, in cui hanno sede alcune delle più grandi corporation africane, si nasconde un mix di stili architettonici diversi — che spaziano dai bellissimi palazzi art deco fino ai compound brutalisti che picchiettano l’area, evidenziando i contrasti di un sobborgo tra i più “produttivi” e vivi della città.

È proprio nella fusione solida degli edifici di Braamfontein che da quattro anni si celebra il festival Fak’ugesi Digital Innovation, che col tempo si è affermato come un potente generatore di innovazione nella cultura africana, applicando un approccio collaborativo all’intersezione tra arte, futuro e tecnologie emergenti.

Sono tanti i temi e i personaggi che si mescolano in questo evento diretto da Tegan Bristow, artista digitale e lecturer alla Wits University, l’ateneo della città sudafricana. Il festival è nato all’interno del Tshimologong Digital Innovation, incubatore ad alto tasso di innovazione che sviluppa idee creative in diversi ambiti, sperimentando con animazione, videogiochi e realtà virtuale. “Il festival pone domande fondamentali sul ruolo delll’innovazione tecnologica all’interno della cultura e della creatività africane. Sono convinta che l’innovazione abbia un ruolo fondamentale che non possa essere minimizzato”, ha spiegato Bristow.

Creatività e collaborazione sono le parole chiave dell’evento, che si snoda lungo un percorso di quattro giorni fatto di hackaton, tavole rotonde, fiere aperte ai maker, esibizioni e presentazioni. La parola “Fak’ugesi” deriva dallo zulu e significa letteralmente “dare potenza” o “accendere l’elettricità”. Per il team del festival, il termine si associa alla cultura urbana giovanile, al potere dell’innovazione e alla componente creativa della tecnologia.

L’Africa è il continente più giovane del mondo: il 70 per cento dei suoi abitanti ha meno di 15 anni, contro il 16 per cento dell’Europa. Eppure troppo spesso non viene dipinta come luogo di innovazione, né come un hub in cui si costruisce il futuro, quanto piuttosto come un angolo di mondo piuttosto “vecchio” e ancorato alle tradizioni.

Il Fak’ugesi Festival è la prova vivente che molti di questi concetti sono pregiudizi. La quarta edizione, che si è tenuta a settembre sotto il titolo “I coraggiosi cuori della tecnologia battono all’unisono”, ha attratto oltre 4500 persone. Al centro del festival c’è stato, come sempre, il concetto che la cultura sia soprattutto collaborativa e orizzontale. “La costruzione di arte digitale richiede collaborazione tra due modi diversi di lavorare: quello del programmatore che si occupa della parte tecnologica, e quello dell’artista, che lavora sul concetto e sull’estetica,” ha spiegato Bronwyn Lace del centro Tshimologong.

Sul palco è salito anche William Kentridge, uno degli artisti contemporanei africani più conosciuti, che ha descritto l’arte digitale come l’incontro dell’intangibile e del concreto attraverso la relazione che si crea tra il movimento e il pensiero.

“Essenzialmente, l’attività di produrre arte è il processo di rendere tangibile un pensiero. Anche l’arte digitale utilizza il movimento del corpo e, quando se il lavoro è fatto con un mouse o un keypad, il movimento fisico raggiunge un’estensione molto più ampia”.

“Il nostro obiettivo primario è quello di rendere il processo artistico più accessibile. Stiamo sviluppando un senso di empatia per questo processo e dobbiamo aprire sempre di più i meccanismi di creazione al pubblico”.

Secondo Jepchumba, artista digitale africana e curatrice del sito African Digital Art, “la tecnologia ci aiuta a organizzare la conoscenza verso un obiettivo pratico. È la promessa di qualcosa di nuovo, ma anche il riflesso di dove le nostre società stiano andando”, ha detto l’artista al pubblico di Fak’ugesi.

 “L’Africa ha un’eredità bruttissima dal punto di vista tecnologico, associata all’estrazione di cobalto, litio, di idee, risorse, materiali e cultura, le quali vengono riadattate e risputate indietro senza nessun tipo di credito o riconoscimento. È ora che questo atteggiamento cambi”.