di Valerio Bassan

L’ingegnosità neozelandese è ormai proverbiale, al punto da venire identificata – fin dal diciannovesimo secolo – con un neologismo specifico: Kiwi Ingenuity. Del resto, trovarsi a migliaia di chilometri di distanza dal resto del mondo ha “costretto” gli abitanti di questa terra dalle grandi risorse naturali a risolvere i problemi con creatività.

Questa spinta si è tradotta, negli ultimi anni, anche in importanti investimenti istituzionali: un caso è rappresentato dallo Science for Technological Innovation (SfTI), fondato nel 2015 dal governo neozelandese, che ha l’obiettivo di finanziare lo sviluppo di tecnologie d’avanguardia per la gestione di alcuni dei settori economici più vitali del paese, nella speranza di ottenere un successo a lungo termine anche sui mercati internazionali.

Questo approccio è stato applicato di recente anche all’acquacoltura, settore vitale nell’industria nazionale della Nuova Zelanda, che con oltre 19.000 chilometri di costa possiede una delle zone di pesca più ricche e più estese del pianeta. Nell’acquacoltura, con cui si identifica “la produzione di organismi acquatici, principalmente pesci, crostacei e molluschi in ambienti confinati e controllati dall'uomo”, le istituzioni neozelandesi vogliono introdurre tecnologie all’avanguardia simili a quelle già utilizzate in ambito agricolo.

Lo scorso 27 ottobre, il fondo SfTI ha avviato il programma ‘The Precision Farming for Acquaculture’ – della durata di due anni – che punta alla trasformazione del settore a livello di efficienza, sostenibilità e innovazione. Tra i problemi principali che il progetto punta a risolvere ci sono i costi attuali, considerati troppo elevati, e la mancanza di apparecchiature sofisticate atte al raccoglimento di grandi quantità di dati, che finora è avvenuto perlopiù manualmente.

Il team sarà guidato da Chris Cornelisen, direttore del gruppo Coastal and Freshwater presso il Cawthron Institute , la più grande organizzazione scientifica indipendente del paese, che ha ideato e guiderà il progetto. Tra le innovazioni già presentate e in fase di studio figura lo sviluppo di sensori chimici e d’immagine che permetteranno agli agricoltori di vedere in tempo reale da un dispositivo mobile le condizioni degli stock e la quantità di cibo e nutrienti presenti nelle acque.

 

Il programma ‘The Precision Farming for Acquaculture’ testerà anche l’introduzione di altre tecnologie di precisione, come la spettroscopia laser per la comunicazione e visione sottomarina; una volta che i risultati saranno validati da evidenze scientifiche, questi strumenti potranno anche essere venduti ed esportati all’estero, creando un modello di business sostenibile per sostenere ulteriormente la ricerca nel paese oceanico.

In questo senso, lo scopo finale del progetto va ben oltre i vantaggi che le apparecchiature di automazione apporteranno al settore dell’acquacoltura, dal momento che uno degli obiettivi principali dell’iniziativa è l’applicazione delle suddette tecnologie nell’ambito della sorveglianza delle attività di dragaggio nei porti e in quello delle precauzioni per la biosicurezza.

L’industria dell’acquacoltura punta a generare 1 miliardo di introiti entro il 2025”, ha spiegato Cornelisen. “La tecnologia che promuove la sostenibilità, l’efficienza, e la capacità di coltivare anche in acque profonde giocherà un ruolo significativo nel raggiungimento di questo obiettivo”.