di Jacopo Cirillo

 

Nel 2007, il filosofo della scienza Giulio Giorello e il biologo Pier Luigi Gaspa hanno pubblicato un libro di divulgazione scientifica molto interessante e istruttivo: “La scienza tra le nuvole. Da Pippo Newton a Mr. Fantastic”, edito da Raffaello Cortina Editore. In questo lungo saggio, i due autori raccontano, con tantissimi esempi, tutte le volte in cui le storie a fumetti hanno anticipato invenzioni o avvenimenti scientifici di grande rilevanza per l’umanità; dalla “paperite”, un esplosivo migliore della dinamite che profetizzava la scoperta del metilene con vent’anni di anticipo, fino all’epistemologia di Tex Willer che teorizzava la superiorità dell’esperimento controllato rispetto alla mera osservazione, manco fosse Francis Bacon.

Effettivamente, imparare la scienza attraverso i fumetti sembra pratica divertente e al contempo utilissima per attirare l’attenzione di tutti. Lo sapeva bene il protagonista di questa storia, il Dottor Althelstan Spilhaus, geofisico e oceanografo di origine sudafricana, Preside dell’Istituto di Tecnologia dell’Università del Minnesota, un personaggio fantastico, riassumibile con questo breve scambio di battute durante un’intervista:

 

D: “Mr. Spilhaus, la disturba essere definito da molti come un Leonardo Da Vinci del ventesimo secolo?”

R: “Non mi piace l’articolo indeterminativo. Preferisco IL Leonardo Da Vinci.”

 

Bene, ci siamo capiti. Il modestissimo Spilhaus, dal 1958 al 1975, ideò, creò e diede alle stampe la serie di fumetti “Our new age” che ogni settimana sul Boston Globe illustrava un principio o un tema scientifico in maniera semplice e colorata. John F. Kennedy disse addirittura che tutta la scienza imparata nella sua vita veniva dalla lettura dei fumetti di Spilhaus. In una delle puntate di “Our new age”, lo scienziato proponeva la visione di una Experimental City, una vera e propria città del futuro, senza rumori, senza inquinamento e del tutto autosufficiente. L’idea, però, non rimase tra le pagine del fumetto ma venne ufficialmente progettata e proposta nel 1967, per essere poi costruita nella contea di Aitkin, in Minnesota, a circa 100 miglia di distanza dalla capitale dello stato, Minneapolis.

La città non fu mai costruita, il progetto naufragò nonostante il supporto della NASA, dei leader del movimento dei diritti civili, del famosissimo architetto Buckminster Fuller e addirittura del vicepresidente dell’epoca Hubert Humphrey. I problemi furono di ordine tecnico, tecnologico ed economico e, probabilmente, i tempi non erano ancora maturi, soprattutto alla luce dei turbolenti anni Settanta americani. Tuttavia, i dettagli del progetto sono davvero affascinanti e raccontati benissimo in un bel documentario diretto da Chad Freidrichs (qui tutte le informazioni e il trailer), che ha debuttato al Chicago International Film Festival del 2017.

L’idea di Spilhaus era creare una città-laboratorio per testare nuove tecnologie urbane, da implementare successivamente in tutte le altre città d’America e del mondo. Lo scienziato, infatti, non pensava a una città perfetta e immutabile ma piuttosto a un esperimento scientifico in movimento perpetuo, costruita per risolvere progressivamente tutti i nuovi problemi e le nuove sfide che sarebbero sorte con il passare degli anni. La sua visione era di una città senza inquinamento ambientale e acustico, con un’infrastruttura sotterranea per il trasporto degli abitanti e per il riciclo dei rifiuti. Nello specifico, il progetto presentava un sistema di binari per le automobili – di fatto le auto che si guidano da sole – e un computer in ogni abitazione per connettere le persone e semplificargli la vita – di fatto internet…  a fine anni Sessanta.

La città avrebbe ospitato circa 250.000 persone per un costo complessivo di dieci miliardi di dollari (nel 1967), l’ottanta percento dei quali provenienti da finanziamenti privati. Il problema, secondo Freidrichs, il regista del documentario, fu soprattutto il fatto che la città non fu costruita abbastanza velocemente, e la grande recessione del 1973 bloccò ogni entusiasmo. Althelstan Spilhaus si dimise dal ruolo di presidente del progetto e la bolla scoppiò velocemente, come velocemente si era creata solo pochi anni prima, lasciando tracce di sé solo nei fumetti del suo ideatore e nei quintali di carte e documenti redatti per la sua costruzione.

Quasi cinquant’anni dopo, l’utopia della città perfetta è ancora un tema di grande attualità, e tantissimi paesi del mondo stanno sperimentando nuove soluzioni urbane. Rotterdam, per esempio, con le sue cascine galleggianti, o i progetti di Alphabet, azienda controllata da Google, soprattutto a Toronto.

Certamente, con l’aumento costante della popolazione e la conseguente diminuzione delle risorse, pensare a nuove modalità urbane autosufficienti è diventata una priorità per il pianeta Terra. E, magari, leggere più fumetti potrebbe etornarci molto utile.