di Valerio Millefoglie

Alto, magro, non fumatore. Scientificamente intelligente. Un team di ricercatori della Vrije University di Amsterdam ha analizzato il corredo genetico di oltre 78.000 soggetti, scoprendo geni deputati all’intelligenza, e 40 di questi sono stati individuati per la prima volta. Tali geni, denominati geni SMART, sembrano essere appunto collegati all’altezza, al non essere fumatori ma hanno connessioni anche con l’Alzheimer, la depressione e l’obesità.

La genetista Danielle Posthuma, a capo del team di ricerca, ha dichiarato: “Per la prima volta siamo stati capaci di individuare un numero importante di effetti genetici nel quoziente intellettivo. I nostri risultati forniscono una visione delle basi biologiche dell’intelligenza. I geni che individuiamo sono coinvolti nella regolazione dello sviluppo cellulare, e sono importanti per la formazione delle sinapsi, dell’assone, e per la differenziazione neuronale. Queste scoperte forniscono per prime chiari indizi verso i meccanismi biologici che determinano l’intelligenza”. Dunque le persone provviste di questi geni raggiungono gradi più alti di istruzione e sono solitamente alti e non fumatori. Un’altra ricerca, questa volta più datata, ha messo in relazione fumo e QI. Nel 2010 i ricercatori del Sheba Medical Center di Tel Hashomer, New York, hanno dimostrato che in media i non fumatori raggiungono un valore QI di 101, mentre chi non riesce a smettere di fumare arriva a 98. Einstein fumava, Mark Twain fumava, Pablo Picasso fumava. Forse fra i soggetti delle due ricerche non c’era nessuno come loro.

"I geni non determinano tutto per l'intelligenza", ha dichiarato Posthuma in un’intervista rilasciata al Guardian: "Ci sono tanti altri fattori che naturalmente influenzano il risultato del QI”. Il suo studio si è focalizzato su due diversi tipi di analisi del DNA e ha utilizzato diversi test su 13 diversi gruppi di persone, comprendenti adulti e bambini di origine europea, incluso un campione di gemelli e di persone dal QI molto alto. I geni individuati, oltre che implicati nell’intelligenza, hanno anche altri ruoli nello sviluppo delle cellule cerebrali. Chi è provvisto di questo tipo di geni è meno soggetto all’Alzheimer, ai sintomi della depressione, alla schizofrenia. Secondo Posthuma potrebbero esserci migliaia di altri geni non ancora scoperti e che potrebbero svolgere un ruolo importante nell’intelligenza.

“Se capiamo i meccanismi che non funzionano nel cervello”, ha commentato lo psicologo Wendy Johnson dell’Università di Edimburgo, “potremmo essere in grado di intervenire. Non sarebbe bello se tutti quanti fossimo solo un po’ più intelligenti?”. Posthuma avverte: “Prima che realmente però i geni possano essere modificati per aumentare l’intelligenza, dovremmo conoscere molto di più sull’intero processo”. Intanto, possiamo approfondire di più la conoscenza con noi stessi: DNA a parte, l’intelligenza è comprensione delle cose. Per comprendere serve soffermarsi, non andare sempre avanti, anzi, rimanere indietro rispetto al flusso, avere un approccio primitivo. Dove gli altri corrono, stare un passo dietro, osservare, pensare. Magari, poi, si scopre che basta solo concentrarsi sul gene del pensiero.