Davvero l'intelligenza artificiale “distruggerà il lavoro”? Non è detto. E a dichiararlo sono i diretti interessati: i professionisti, dalla manifattura hi tech agli studi legali. Un report della società di consulenza PricewaterhouseCoopers ha evidenziato che solo il 46% degli intervistati su un campione di 2.500 persone teme che la AI «danneggerà le persone portando via il lavoro», mentre una quota anche più bassa (il 23%) si spinge a ipotizzare «conseguenze serie e negative» su scala sociale. D'altro canto, c'è chi preferisce una visione meno negativa: il 63% degli intervistati pensa che le tecnologie smart possano contribuire a «risolvere piaghe che affliggono la società» e indica come prioritari, nel 68% dei casi, interventi in cybersecurity e privacy. Senza dimenticare il progresso in ricerca sulla cura del cancro, sviluppo di energie pulite, miglioramento del sistema educativo e del benessere fisico. In generale emerge l'apertura verso sistemi robotizzati e automatici, purché capaci di migliorare la qualità del servizio. Senza chiudere gli occhi sulle conseguenze più rischiose, a partire dalla «prevaricazione del robot sull'uomo» ipotizzata anche da imprenditori come Elon Musk o l'astrofisico Stephen Hawking.