di Gianmaria Raimo

Il connubio tra arte e tecnologia è sempre stato proficuo: gli artisti più attenti, quelli più insofferenti e perciò creativi, hanno sempre adottato con impazienza i nuovi strumenti che la tecnica mette a disposizione. Seguendo gli ultimi ritrovati, e a volte anticipandone le tendenze. Così Lynn Hershman Leeson, artista i cui 50 anni di lavoro sono ora percorribili in una retrospettiva all'Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco. Tecnologie all'avanguardia, e avanguardie nella tecnologia.

Tra le tante intersezioni fra arte concettuale, performance, installazioni, video e altri nuovi media, Leeson viene ricordata innanzitutto per aver creato un avatar in tre dimensioni, un alter ego che ha calcato la scena del mondo cosiddetto reale per cinque anni, dal '73 al '78: Roberta Breitmore aveva una vita, un appartamento, carte di credito, un analista; il tutto documentato per iscritto e tramite foto. CybeRoberta fu la seconda vita tecnologica (1996) di questo eteronimo: una bambola con le fattezze della Breitmore, con una telecamera montata negli occhi così che una webcam potesse trasmettere online quello che lei vedeva. Snapchat e Facebook live, andate a passarle lo straccio a casa.

Anche l'installazione Lorna (1983) aveva a che fare con una tecnologia, e ben prima che prendesse piede: un videogioco, rudimentale quanto potevano esserlo negli anni '80, che permetteva tramite un telecomando di interagire con la vita di una donna che soffre di agorafobia. Ma la retrospettiva illumina anche le ombre nella produzione di questa artista estrema.

A proposito di creazione di identità fittizie, già dall'inizio della sua carriera Leeson inventò pseudonimi che interpretavano critici d'arte. Divertente, peccato che questi critici lodassero i lavori della stessa artista: un modo per far esplodere le contraddizioni nel mondo della cultura, o una semplice auto-marchetta?

La serie Breathing Machines, che risale al 1966, mostra i primi tentativi dell'artista di unire nuove tecnologie e autofiction: stampi in cera del suo volto, appiattiti e distorti, uniti a registrazioni della sua voce che si attivano con il movimento. Questa installazione all'epoca venne rimossa da una mostra al Berkeley art museum perché il suono non era considerato appropriato a un'opera d'arte. Due di queste maschere sono nere, dimostrando la sensibilità di Leeson per la questione razziale, si legge nelle didascalie della mostra. Peccato, fa notare il sito Hyperallergic, che questa sia una bella gaffe: appropriarsi dell'identità di una minoranza discriminata, se pure a fin di bene, costituisce una invasione non gradita, un tingersi il volto di nero come facevano gli attori delle macchiette teatrali. Razzismo insomma, e questo Leeson non può ignorarlo.

L'ultimo lavoro dell'artista è ancora legato alla tecnologia: The Infinity Engine è una gigantesca installazione che mostra lo stato dell'arte nelle biotecnologie. Le ricerche scientifiche più recenti sono spiegate fin nei loro aspetti legali, mentre interviste a scienziati e sociologi affiancano i pesci che risplendono: si tratta del primo essere vivente geneticamente modificato (e brevettato) che viene venduto come animale domestico. Leeson mostra senza giudicare, com'è giusto che sia. Ma, volente o nolente, invita a riflettere. Missione compiuta.