di Caterina Vasaturo

Gli abissi nascondono tesori preziosi, che incoraggiano la ricerca archeologica a proteggere e a restaurare il patrimonio culturale sommerso. La tecnologia si pone al servizio della conservazione di simili ricchezze, e offre il suo inconfondibile contributo alle attività d’indagine e monitoraggio dei siti sottomarini, incantevoli e surreali residui di un antico passato. Innegabili, in questo campo, i benefici apportati dal progetto ITACA (Innovation Technologies and Applications for Coastal Archaeological sites), che ricerca e localizza relitti di navi, ruderi e reperti subacquei attraverso innovative tecniche di telerilevamento satellitare e algoritmi di elaborazione delle immagini.

Integrando i dati ricavati in situ con quelli satellitari di osservazione della terra, ITACA è l’ideatore di uno strumento di gestione personalizzato, privo di impatti distruttivi: le tecnologie di cui si serve non sono affatto invasive, ma consentono di preservare le risorse e le identità culturali locali. Il ricorso a strumenti di valore - nello specifico i dati satellitari ad alta risoluzione radar quali TerraSAR-X, Cosmo-SkyMed e il multispettrale WorldView-2 - consente di ricavare la batimetria del fondo marino fino alla profondità di settanta metri. Gli elementi ottenuti, fusi agli algoritmi di calcolo, di rilevamento delle forme e di modellazione fisica, sono integrati in un sistema detto WebGIS (Geographic Information System su Web). Esso consente di visualizzare, analizzare, archiviare e gestire le informazioni digitali dotate di un riferimento geografico, navigando e interrogando una mappa attraverso un comune browser internet.

I risultati registrati dalla superficie (2D e modellazione 3D) e dalle indagini subacquee, uniti a specifici layers archeologici, identificano gli oggetti tramite tecniche di mappatura. Il sistema sarà verificato e validato attraverso un’ampia campagna a mare, che si servirà dei dati provenienti dalla Grecia e dalle Isole Egadi. Nuove città sommerse faranno capolino in superficie? Agli attori tecnologici l’ardua sentenza.