di Egidio Liberti

 

L’avvento di una tecnologia sempre più evoluta e resa democratica da costi d’accesso popolari sta cambiando radicalmente il nostro modo di vivere. Ma anche di comunicare, di informarci grazie a media digitali sempre più diffusi, di apprendere, di approfondire. La semplificazione tecnologica coincide sempre con il miglioramento delle condizioni di vita? Spesso sì; tuttavia chi è nato appena un paio di generazioni fa storcerà il naso pensando alla differenza fra ieri e oggi. Un esempio: da quando possiamo infilare in tasca l’equivalente di un ufficio in miniatura (telefono, agenda, email, macchina fotografica, etc.), gli orari di lavoro anziché ridursi sulle ali dell’ottimizzazione si sono dilatati tanto da non avere praticamente più confini. Nella vita privata invece si moltiplicano le 'intrusioni' social nella vita privata.

Per i nativi digitali invece la questione è diversa. I ragazzi nati dopo i Duemila conoscono solo la realtà attuale: hanno a che fare con computer tascabili fin da piccolissimi, sono sempre connessi e dominano con naturalezza la nuova frontiera tecnologica. Allora è altrettanto naturale immaginare per loro una ulteriore evoluzione costruttiva, nuove forme d’apprendimento. Alla scuola del XXI secolo servono regole nuove. L’apporto tecnologico è ormai la norma, non più l’eccezione e, per esempio, fra gli aspetti positivi come lo snellimento di determinati processi (pensate ai libri di testo), consente di raggiungere anche le aule geograficamente più remote. La promessa è schietta: portare una mole di informazioni senza pari a più persone possibile. Genitori, educatori, governi e donatori ricercano costantemente la migliore tecnologia disponibile, ma come fare per individuare la migliore del momento, cioè quella con sufficiente prospettiva per poter massimizzare i risultati e non cadere subito nell’obsolescenza (trascinando a fondo anche gli ingenti investimenti)?

Ci pensano i ricercatori del MIT di Boston con il loro Quadro per valutare l'adeguatezza dell'utilizzo delle tecnologie educative nei programmi di sviluppo globale. Uno strumento di valutazione che si inserisce nel perimetro dell'iniziativa globale sulla valutazione tecnologica (CITE), il programma sostenuto dall'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e guidato da un team multidisciplinare di facoltà, personale e studenti del MIT lanciato nel 2012. I parametri utilizzati tengono debitamente conto dell’onere di gestione degli strumenti tecnologici per il corpo insegnanti, dell’effettiva utilità nell’apprendimento, della scalabilità e dell’impatto sul mercato di ogni specifica tecnologia. Per esempio, con questo metodo si può determinare se un software di apprendimento in inglese aiuta davvero i bambini a imparare la lingua. La complessità del sistema d’istruzione suggerisce infatti che la gestione di un cambiamento non riguardi solo bit e byte, ma, inevitabilmente, tenga in debita considerazione il modo in cui l'insegnamento si fonde nell'apprendimento. Ecco perché per indirizzare al meglio investimenti e risorse serve uno strumento d’analisi serio come quelli messo a punto dai ricercatori del MIT.