di Giulia Lessona

Non è più una novità che nel presente la parola d’ordine per lo sviluppo d’idee e progetti sia coinvolgere. È questa la direzione che ha preso il Dipartimento per gli affari esteri australiano, con il contest Blue Economy Challenge. Si tratta di un’iniziativa che – affiancata dal supporto organizzativo della B-Corp SecondMuse, e con il sostegno del WWF e di National Geographic – si pone l’obiettivo di trovare, discutere, e accelerare soluzioni a un problema complesso come l’utilizzo ecosostenibile dell’oceano come risorsa produttiva. David Ball, consulente di SecondMuse e responsabile esecutivo dell’intero progetto, ha spiegato che il punto non è tanto attirare l’attenzione sullo stato d’allerta dell’ecosistema marino, quanto selezionare il settore che potrebbe esprimere maggiormente un impatto positivo: “L’acquacoltura è stata identificata come il canale perfetto”, ha dichiarato.

L’enorme potenziale dell’acquacoltura sta nel fatto che, per le sue stesse caratteristiche, obbliga a stabilire un perfetto bilanciamento fra produttività e rispetto dell’ecosistema marino; il governo australiano ha messo in palio tre milioni di dollari per attirare in un think tank globale i migliori talenti nel campo dell’innovazione e le loro idee. Per l’edizione del 2016, il ministro degli affari esteri australiana Julie Bishop ha annunciato i dieci progetti vincitori nella sede del WWF di Washington. Le idee selezionate, quelle che hanno rappresentato al meglio lo spirito del programma Blue Economy Challenge – dal monitoraggio bio marino mirato, a quello termico, all’impianto di sistemi di coltivazione marina high tech e low cost, fino a programmi di discioglimento di batteri antibiotici per immunizzare la fauna marina da inquinamento e alterazioni ambientali – sono state raccolte nel programma Aquacelerator per essere connesse a clienti, comunità e sponsor, e usufruire di assistenza per diventare realtà di mercato.

Il ministro Bishop ha fornito un esempio concreto: “Uno dei progetti vincitori, Sea Power, è un piano per far avanzare la tecnologia dell’allevamento delle alghe e insieme migliorare la condizione del lavoro delle donne in Tanzania. Sotto un profilo di sostenibilità finanziaria, rendere operativa un’idea del genere rappresenta una sfida enorme, superata solo dal potenziale impatto benefico che la sua riuscita potrebbe avere. Non ci siamo limitati a coinvolgere solo piccole imprese: le grandi aziende hanno partecipato al Challenge perché l’aspetto più importante è quello di creare un dibattito continuo fatto anche di scambio di esperienze”.