di Caterina Vasaturo

 

“Se vorrai ottenere un lavoro”, ci ammoniscono, “avrai bisogno di tanta creatività. Dovrai sviluppare uno spiccato spirito critico”, ci ripetono, “e relazionarti agli altri senza difficoltà”. Istruzioni sagge, non c’è ombra di dubbio. Ma allora perché si sta, pian piano, procedendo in senso opposto? Qual è il motivo per cui si sta sempre più schiacciando il naturale istinto dei bambini all’apprendimento, sotto il peso di un modello che invita a comportarsi come macchine? C’è, come spiega Graham Brown-Martin nel suo libro Learning {Re}immagined, un motivo comune per questo genere di perversione. Le nostre scuole sono state progettate con un obiettivo ben preciso: produrre la forza lavoro richiesta dalle fabbriche del Diciannovesimo secolo. Siamo in piena Rivoluzione industriale e il prodotto desiderato è un operaio caratterizzato dall’obbedienza passiva, pronto ad assecondare in silenzio gli ordini del padrone, a comportarsi in modo identico ogni giorno e a realizzare a ritmi frenetici prodotti standardizzati, sottomettendosi a rigide punizioni, qualora non soddisfi i criteri richiesti. La collaborazione e la propensione alla riflessione sono esattamente ciò che i proprietari di fabbrica cercano a tutti i costi di scoraggiare.

Eppure, da allora, di secoli ne sono passati due. Com’è possibile, pertanto, che nell’era postindustriale continuino a persistere simili punti di riferimento? Gli alunni imparano meglio, se educati liberamente, senza che siano soffocate esuberanza, vitalità, curiosità e sete di conoscenza. Dunque, perché farli ‘marciare’ in fila, come soldati, e lasciarli imbalsamati tra i banchi, quando sono pieni di energia e potrebbero muoversi agilmente? Si vanta tanto la cooperazione, nella certezza che quante più persone concorrano, unite, verso la realizzazione di uno stesso scopo, tanto più facile sia perseguirlo, mentre poi è considerato un imbroglio aiutarsi nei test o nelle verifiche di classe. Per non parlare dei governi, che decantano a gran voce la fine delle discriminazioni, e invece limitano l’accesso ai corsi, escludendo i candidati dalla mente poco brillante.

È risaputo, il miglior docente è colui che riesce a stimolare una spinta immediata negli allievi verso l’acquisizione di nuove nozioni e competenze. Quindi, come mai il carattere e l’ispirazione degli allievi sono soppressi da un regime asfissiante di micromanagement, dall’attitudine a supervisionare nel dettaglio ogni incarico assegnato, cancellando tutte le possibili iniziative? Trovare delle domande ai numerosi quesiti posti non è semplice. Tuttavia, c’è chi sta provando a cambiare rotta, a far sì che la formazione degli uomini del domani, vittime di un’epoca robotizzata, non solo non sia ridondante, ma neanche controproducente. Il rischio di una preparazione culturale massificata è, infatti, quello di rendere il destinatario disumanizzato, privo di un adeguato sistema difensivo.

Provocatorio ma efficace l’annuncio di una scuola, pubblicato sul Times Educational Supplement: “Ti piacciono l’ordine e il rigore? Credi che i bambini debbano essere sempre obbedienti? Se è così, allora il ruolo di direttore del carcere minorile fa al caso tuo”. Se c’è chi, come l’Essa academy a Bolton, distribuisce iPad su cui creare progetti, condividere materiale e contattare insegnanti e compagni, per chiedere aiuto nei compiti a casa, c’è anche chi, come la Forest School, procede in direzione opposta, preferendo ai dispositivi elettronici l’aria aperta, perfetta per sviluppare le capacità mentali e fisiche. Che si tratti di tecnologie high-tech o di metodi low-tech, poco importa. Il punto è che il mondo in cui il fanciullo muove i suoi primi passi è per sua natura abbastanza ricco e diversificato, e riesce di per sé ad accendere la curiosità, permettendo di scoprire la modalità d’apprendimento che meglio riflette il carattere e le abilità di ciascuno.

Ci sono molti programmi progettati per lavorare con i più piccoli e non contro di loro. Ad esempio, il Mantle of the Expert li incoraggia a formare squadre d’indagine, risolvendo missioni immaginarie. Similmente, il Quest to Learn spinge a sciogliere enigmi complessi con l’acquisizione d’informazioni e con la propria destrezza, associate alla tenacia del giocatore. L’approccio Reggio Emilia, sviluppato in Italia, consente di creare il proprio piano formativo secondo ciò che interessa di più, confrontandosi con i soggetti che s’incontrano lungo il proprio percorso. Le Ashoka Changemaker considerano l’empatia una ‘materia’ fondamentale, al pari della lettura e della matematica. C’è, infine, la Woodmead, prima scuola multirazziale in Sudafrica, con il suo democratico metodo d’insegnamento. Diamoci da fare, allora. Iniziamo a portare i nostri figli fuori dalla ‘fabbrica’ e dentro il mondo reale. Solo così potremmo salvarli dall’automatizzazione.