di Valeria Montebello

 

 

“Smettila”. “Ouch”. “Per favore non toccarmi la testa”. “Fa male”. Sono queste le parole pronunciate (o si dovrebbe dire innescate dalla tecnologia dell'intelligenza artificiale sotto la sua pelle di silicone) da Aiko quando un gruppo di ragazzini raccolti a capannello intorno a lei le pizzica il viso. Ha dei sensori anche su seno e genitali – per facilitarle la risposta sessuale. Siamo alla fiera tech di Toronto e Aiko è un fembot con una camicetta rosa, una gonna grigia, una parrucca scura, l'espressione dolce. E con gli occhi a mandorla. Quest'ultimo tratto ha colpito Leslie Bow, professoressa all'Università del Wisconsin, che ha esaminato le implicazioni dei fembot con caratteristiche asiatiche: non solo nei film di fantascienza (come Cloud Atlas, Ex Machina, Battlestar Galactica e la miniserie inglese Humans) i robot sono interpretati da giovani donne asiatiche attraenti. Succede anche nella realtà. Ci sono vari studi in corso sulla rappresentazione, sia in letteratura che al cinema, di androidi con sembianze asiatiche. Il dubbio sorge spontaneo: sono orientalizzati perché sono prodotti lì?

Dalla Silicon Valley ingegneri e programmatori scappano in Cina, anche se molte invenzioni, dall'IA in giù, sono state concepite in America e sviluppate in Cina, quindi la loro ricerca è in molti casi derivativa. Ma questo è un dato di fatto: i fembot sono quasi tutti figli d'Oriente, da Aiko ad Actroid, “una segretaria perfetta che sorride e batte le ciglia” come l'ha definita il suo designer Hiroshi Ishiguro. Quindi anche nei film le fantasie sul futuro governato da esseri potenziati e macchine diabolicamente intelligenti diventa un futuro a mandorla – in Blade Runner gli abitanti della Los Angeles immaginata da Ridley Scott sono asiatici e dai manifesti pubblicitari spuntano donne cinesi che bevono Coca Cola. Ci si può chiedere, però, come mai i bot-donne-orientali siano rappresentati in modo stereotipato un po' dappertutto. La ragione, secondo la Bow, è da rintracciare nella storia. Per secoli, dalle geishe in poi, le donne asiatiche sono state associate al servizio, a ciò che Bow chiama “lavoro affettivo”, a prendersi cura dei bisogni emotivi delle altre persone. Secondo la studiosa, i fembot sono solo la svolta più recente della feticizzazione culturale della sessualità delle donne asiatiche: se i robot sono progettati per apparire identici (o quasi, in modo inquietante e perverso) alle donne reali non faranno altro che perpetuare una certa idea razziale e misogina. Bow afferma che le donne asiatiche sono presentate dai media popolari, con poca o nessuna sfumatura, come giocattoli o serve – domestiche o schiave sessuali nella maggior parte dei casi. Nel film Ex Machina, per esempio, un fembot asiatico di nome Kyoko è stato programmato per servire la cena e ballare in modo seducente, ma le è negato il potere della parola. In Humans la synth domestica principale è l'ex modella cinese Gemma Chan. In Cloud Atlas, nella neo-Seoul distopica, la giovane Sonmi~451 lavora in un fast food chiamato Papa Song con altri cloni identici a lei, trattati come oggetti e sfruttati dagli esseri umani alla stregua di carne da macello. Lei, però, si ribellerà. Si parla sempre più di IA, stiamo per avere robot più sofisticati, molto più presenti nelle nostre vite, e ne siamo affascinati (pensate a tutti quegli adorabili animali antropomorfizzati che amiamo guardare nei cartoni animati o alle faccette animali che parlano e si muovono come noi sul nuovo iPhoneX grazie al riconoscimento facciale, a Siri che diventa Her nel film di Spike Jonze). È proprio in questo momento, allora, in cui si stanno gettando i semi per un certo tipo di futuro, che, secondo Bow, bisogna stare attenti a non perpetuare certi pregiudizi. Che cosa succederebbe se, ad esempio, androidi neri fossero costruiti appositamente per eseguire lavori manuali all'aria aperta? – è quello che si vede in un episodio di Humans. Potrebbe una maggiore esposizione a immagini razziali aumentare la discriminazione nei confronti degli uomini di colore, quelli veri? In un momento in cui razzismo e molestie sessuali sono onnipresenti nel dibattito quotidiano, la discussione di questi temi nelle classi della Bow sta assumendo un nuovo senso: “È un grande momento per impegnarsi a pensare alla xenofobia, alla violenza razzializzata, all'abuso pubblico e privato delle donne”. E quindi anche alla rappresentazione dei robot.