di Caterina Vasaturo

Novantaquattro trilioni di dollari. Una somma da capogiro: indispensabile, però, alla crescita economica internazionale. È la somma, prevista dal Global Infrastructure Hub del G20, da investire entro il 2040 in installazioni e impianti capaci di fare da volano alla ripresa di interi Paesi. Una missione non semplice, che richiede impegno e che lancia una sfida soprattutto all’edilizia tradizionale, poco incline al cambiamento. Eppure qualcuno appare fiducioso, nonostante il quadro non sia proprio roseo. Si tratta di Fiona Murray, rettore della scuola di management del MIT, che propone di scavalcare la logica ‘conservatrice’ di molti investitori, finanziatori e sviluppatori, puntando su sistemi d’avanguardia, in grado di innovare le infrastrutture e di renderle sostenibili.

Il principale propulsore a una possibile trasformazione dev’essere l’imprenditore: con la sua lungimiranza può, infatti, diventare il vero protagonista di una rivoluzione finalizzata allo sviluppo di nuovi mercati e all’evoluzione di quelli già esistenti. Gli ostacoli, tuttavia, non mancano: primo fra tutti lo sfavorevole quadro governativo. Murray lamenta l’incomprensibile lentezza delle procedure statali, le pesanti pressioni fiscali e la burocrazia tutt’altro che snella, i cui esiti di certo non incentivano la formulazione di strategie proficue, ma si frammentano in una serie di progetti tra loro sconnessi. Occorre, al contrario, definire politiche che incoraggino lo sviluppo della ricerca, così da promuovere un’industrializzazione responsabile e da accelerare la transizione verso modelli produttivi più avanzati.

Non tutti gli ‘addetti ai lavori’, purtroppo, sono a conoscenza delle intersezioni esistenti tra l’ingegneria civile e l’urbanistica. Ciononostante, esistono casi di fortunati successi: si pensi al futuristico Hyperloop, supersonico treno ad altissima velocità e a levitazione magnetica, che macina chilometri in pochi minuti; o alla straordinaria rete fognaria ideata dal MIT e da alcuni ricercatori universitari di Singapore, che attraverso speciali sensori rileva le perdite d’acqua nelle condutture sotterranee, senza che ci sia bisogno di scavare o perforare l’asfalto stradale.

E ancora: Boston sceglie i veicoli autonomi e contribuisce a una mobilità intelligente, utilizzando combustibili ed energie alternative, che riducono l’inquinamento e la congestione del traffico. Copenaghen e Stoccolma mirano, invece, a raggiungere un bilancio neutro di carbonio, invitando i cittadini a muoversi in bicicletta. C’è, poi, chi predilige il calcestruzzo per un’edilizia a elevata efficienza energetica, e chi addirittura i rivestimenti in vetro, come la compagnia californiana Ubiquitous Energy con i suoi pannelli solari trasparenti. “Creare delle smart city non è un’utopia”, osserva Fiona Murray, “ma è d’obbligo sperimentare e convincersi che ci sia un reale vantaggio competitivo nell’ecosistema dell’innovazione”. A migliorare sarà la qualità della vita, giacché le tecnologie non solo ottimizzano le risorse collettive, energetiche e ambientali, ma potenziano anche la partecipazione e il coinvolgimento pubblico e sociale del cittadino. L’individuo, più mobile e flessibile, non è vincolato a un luogo fisico. Il tutto finisce inevitabilmente per mutare il nucleo urbano, lasciandolo, al contempo, saldamente ancorato alla sua identità originaria. Dalle piazze alle periferie, dalla viabilità al verde pubblico, l’architettura sposa la modernità e progetta il nuovo volto delle infrastrutture, sotto il segno della creatività e della funzionalità.