di Gianluigi Ricuperati

Che cos’è che accomuna due ere apparentemente lontanissime, ovvero l’epoca della rivoluzione digitale, la nostra, e l’età dell’oro che ha permesso all’Europa di diventare il centro delle arti, dell’industria e del progresso poco prima del grande disastro, nei primi lustri del Ventesimo Secolo? I paragoni tra ere differenti sono sempre rischiosi, ma quando ad affrontarli è qualcuno con una visione olistica e multidisciplinare della cultura, possono accendersi alcuni intriganti fuochi di comprensione del nostro tempo.

Lo storico dell’arte Philippe Daverio chiede che vengano messi nelle scarpe dei contemporanei dei sassolini di quella sostanza magica che si chiama epistemologia, la storia e l'analisi delle scienze. Il diciannovesimo secolo è stato il grande secolo della modernità in quanto ha consentito un’evoluzione della scienza, della tecnologia, e parallelamente della filosofia e delle arti. Le ultime percezioni di un pensiero nuovo sono quelle che si articolano più o meno fra Wittgenstein e La Montagna Incantata di Thomas Mann, cioè la sensazione che il mondo stesse per finire e che tutti i sistemi massimi del pensiero filosofico fossero ormai messi in crisi dal fatto delle minima e moralia, cioè che l’unica cosa che poteva fare il pensiero era enumerare se stesso. Questo era l’annuncio di un secolo che Hobsbawm racconta con grande intelligenza ne Il Secolo Breve, dove la capacità inventiva scientifica è stata ridotta al minimo perché i problemi che si ponevano erano altri: come il passaggio dell’umanità da un miliardo di persone a otto miliardi, uno sforzo di crescita talmente forte che non si può pensare. Questa sensazione, che il secolo si sia chiuso, è una sensazione concreta che inizia a avere fisicità a partire da gli anni ottanta del secolo scorso.

Daverio invita i nostri lettori a rivolgersi alle opere del grande fisico Roger Penrose, sulle frontiere nuove della questione scientifica, che ribadiscono che viviamo in un momento fantastico, sebbene venga naturalmente a tutti un po’ di paura del vuoto, un terrore tipico dei momenti in cui mutano radicalmente i paradigmi, proprio come è successo dalla Belle Epoque alla Prima Guerra Mondiale.

“Quando aumenta il mondo dell’informazione, vien paura: quando passi dall’avere trenta libri a tremila, vien paura, non sai dove metterli! Ci sono momenti di crescita dell’umanità. Fra Gutenberg e i primi libri facili, in quei 40 anni, l’Occidente passa da tremila libri a trenta milioni di libri. Troppi libri in giro, Lutero manda al diavolo il Papa, e uno dei massimi pensatori dell’epoca, che è Cervantes, scrive di Quijote, che diventa pazzo perché ha letto troppi libri. La prima nozione che ci dà la storia è di non essere sempre in una situazione atipica rispetto al passato. Come la paura di Rossini del treno, che passava dai quindici chilometri allora della carrozza ai quarantacinque. Ci sono due atteggiamenti di fronte all’innovazione: uno è l’entusiasmo cretino, l’altro la patologia del misoneismo. Bisogna trovare una strada al mezzo, che ci verrà chiarita solo ridando voce alla filosofia”, conclude Daverio, segnalandoci ancora una volta che nessuna innovazione porta al progresso se, come cantava il poeta, “non è preceduta / da una evoluzione di pensiero”.