di Riccardo Meggiato

 

Fino al 1851, già da qualche secolo, si sapeva che la Terra ruotava su sé stessa. Nessuno, però, lo aveva mai dimostrato in modo inequivocabile, tanto che non mancavano i fermi oppositori di quella che era ancora una teoria. Fu Jean Bernard Léon Foucault, con un semplice quanto geniale esperimento, a dimostrare che la Terra ruotava eccome. A descriverlo, oggi, fa quasi sorridere, ma dovete immaginarvi quali fossero le conoscenze medie di oltre un secolo e mezzo fa. E cosa rappresentava la scienza per il cittadino medio di Parigi. Invece quel giorno, il 3 febbraio del 1851, arrivò lui, un affascinante trentaduenne, a piazzare nel bel mezzo della cupola del Pantheon di Parigi, sospesa con un cavo da ben 68 metri, una sfera di 30 Kg. E per rincarare la dose, Foucault invitò tutti i più eminenti scienziati francesi, con un bigliettino nel quale era scritto “Sei invitato a vedere la Terra che ruota”. Il principio era molto semplice: se la Terra si fosse mossa di moto inerziale, quindi sostanzialmente in una sola direzione e senza alcuna rotazione, la sfera avrebbe tracciato un percorso lineare. Verso una sola direzione. Come ben sappiamo, ciò non accadde, dimostrando anzi il moto rotatorio della Terra. E su questo principio, un anno dopo, Foucault inventò il celebre giroscopio. Fatto sta che il famoso pendolo fu così apprezzato dai parigini che presto si sparse la fama dello studioso il quale, da lì in avanti, divenne immortale. Ovunque, nel mondo, si riproduceva la sua invenzione.

 

È così, per esempio, che nel 1964 ne venne costruito uno al National Museum of American History, così grande da richiedere la costruzione di un apposito edificio, dove era infilato lungo tre piani, con il secondo adibito a osservatorio del suo continuo movimento, stimolato da un meccanismo elettromagnetico che serviva a vincere il naturale attrito dell’aria. Molto particolare era proprio il pendolo, dalla caratteristica forma a lacrima capovolta, e dal generoso peso di quasi 110 chili. Ma perché ne parliamo al passato? Perché quello che era diventato l’elemento iconico dell’intero museo, nel 1998 divenne involontario protagonista di un incidente. Il cavo che lo reggeva, infatti, poco prima dell’apertura si spezzò e il pendolo rovinò al suolo, mancando di poco un dipendente.

Il direttore dell’epoca, tuttavia, decise di non ripristinare l’opera, ma anzi colse l’occasione per eliminarla dalla struttura, perché il nuovo corso che voleva dare al museo puntava alla storia americana, di cui ovviamente il pendolo di Foucault non faceva parte. La decisione divise pubblico e dipendenti, anche se quasi tutti riconobbero che l’opera sarebbe potuta essere trasferita in un’altra struttura. Del resto, in giro per il mondo, non mancano certo esemplari altrettanto celebri. Per rimanere negli Stati Uniti, per esempio, se ne trova uno al Franklin Institute di Philadelphia, mentre non si contano gli esemplari in Europa. A Valencia, al Museo delle Scienze. Al liceo scientifico Galileo Galilei di Siena. E a Padova, nel Palazzo della Ragione.

Ma qual è il segreto di questo successo? Nel funzionamento del pendolo stesso, che ruota con intensità diversa a ogni latitudine della Terra. Il principio è che se la Terra non ruotasse, dando una spinta al pendolo, questo si muoverebbe avanti e indietro. In realtà, dato che il nostro pianeta gira eccome, dopo una spinta iniziale il suo movimento si regolarizza e, appunto, segue un tracciato a forma di elica, per poi ruotare a formare, infine, un cerchio. Questo moto caratteristico varia, per intensità e durata, in base alla posizione sulla Terra, seguendo una celebre formula matematica, ossia: R=24h/sen(Alfa)

Del resto, pensandola al contrario, basta un pendolo e una banale conoscenza della trigonometria per sapere a che latitudine ci si trova.

Non sono poi molti gli esempi, nella storia, di esperimenti scientifici in grado di diventare vere e proprie icone capaci di affermarsi e riaffermarsi nel corso del tempo. Senza dimenticarsi, nel 1988, il romanzo di Umberto Eco: “Il pendolo di Faucault”. Se non è immortalità questa.