di Francesco Rigatelli

 

“Amare, conservare, considerare, creare”: si potrebbe fare di peggio che vivere la vita secondo i principi proposti dal musicista americano Lou Harrison. Avrebbe compiuto cento anni a maggio, e invece morì nel 2003, dopo aver legato il suo profilo alla cultura della West Coast, dove ha trascorso la maggior parte della sua vita.

Vegetariano, calligrafo, pratico di esperanto, esploratore di ritmi lontani – in particolare del gamelan giavanese, un complesso di percussioni comprendente xilofoni e tamburi – apertamente gay prima che questo fosse accettato. Il suo stile musicale era vario e andava dalle dissonanze adamantine alle melodie dolci. Ciò che colpisce oggi, in un'epoca di mescolanza dei generi, è la sua sintesi lucida di vari estremi. Arnold Schoenberg, di cui Harrison fu allievo nei primi anni '40, gli passò il consiglio che divenne mantra: “Usa solo l'essenziale.”

I festeggiamenti per il suo centenario si tengono in California, vicino a Santa Cruz, dove visse fino alla morte. Nei suoi ultimi anni, costruì una casa di paglia appena fuori dal Joshua Tree National Park, un'abitazione ariosa che avrebbe dovuto essere il suo rifugio ideale. Purtroppo morì poco dopo la fine dei lavori, ma ora ecco quel posto come un santuario per la sua arte. Eva Soltes, la regista e produttrice che ha curato il documentario intitolato Lou Harrison: un mondo di musica, vi organizza residenze e spettacoli. Il 14 maggio, per l’anniversario di Harrison, ci sarà una maratona celebrativa di ventiquattro ore per ricordare le opere, i balletti, i lavori strumentali per orchestra e per ensemble cameristici da lui composti.