di Mattia Nesto

Questi lunghi anni di dura crisi economica e sociale hanno, per forza di cose, imposto la necessità di trovare nuove soluzione nel fare impresa. I tradizionali modelli di sviluppo sono stati (e saranno sempre più) spazzati via dalle innovazioni tecnologiche che da qui ai prossimi anni saranno sempre più diffuse. Quindi appare evidente che oggi per fare business in modo serio e competitivo occorra studiare approcci del tutto innovativi. Uno dei più interessanti, non soltanto per le aziende tecnologiche, è il modello del cosiddetto crowdsourcing.

Ma che cos’è il crowdsourcing? Questo modello di sviluppo si basa su un’idea molto semplice, ovvero quella di mettere in circolo le idee e di promuoverne le migliori: un’azienda o anche un privato richiede un’opinione, un suggerimento o una soluzione per un dato problema su internet. La soluzione ideale viene scelta e si instaura un circuito virtuoso. Questo è perciò un sistema di sviluppo collaborativo molto interessante che, partito grosso modo dieci anni fa nel settore tecnologico, sta registrando un crescente numero di adesioni anche da parte di aziende di altre branche del mercato.

Perché quindi il crowdsourcing può essere il miglior metodo per i tempi in cui viviamo? Per iniziare possiamo affermare come il crowdsourcing, per la sua stessa natura collettiva e collaborativa, verrebbe quasi da dire orizzontale, porta al naturale e spontaneo sviluppo da parte dei dipendenti/collaboratori di una maggiore propensione all’impegno. Leggendo svariati sondaggi pubblicati con cadenza mensile sulle riviste specializzate statunitensi, si nota infatti come, per quanto concerne le aziende cosiddette tradizionali, circa la metà dei dipendenti non si dichiarino felici di partecipare a meeting o riunioni, il più delle volte adducendo motivi riconducibili al troppo caos e alla mancanza di possibilità di decidere sul serio. Questo fatto si riflette in un generale disinteresse da parte dei lavoratori per la sorte dell’azienda, la quale ovviamente risentirà, prima o poi, di importanti ripercussioni negative in tal senso. Invece se si prendono i dati delle aziende che applicano il crowdsourcing, ci si accorge di come il paradigma è totalmente ribaltato. Infatti circa ottanta lavoratori su cento si dicono felicemente impegnati e interessati alle sorti dell’azienda, dimostrando un reale attaccamento e voglia di trovare soluzioni funzionali ad un dato problema. Il crowdsourcing, a causa della sua natura attiva e non passiva volta a coinvolgere le persone piuttosto che a farle obbedire da diktat che vengono dall’alto, è una vera e propria risorsa per tenere maggiormente uniti i destini dei lavoratori con quelli dell’azienda.

Ma c'è dell'altro. Le flessioni in serie del mercato e i repentini tracolli di grandi industrie hanno provocatola perdita del lavoro per un ingente numero di operai, impiegati e professionisti dei settori più disparati. Nella logica industriale contemporanea e nel mercato attuale è quasi impossibile pensare ad un loro completo reintegro in altre realtà produttive, per di più alle medesime condizioni di un decennio fa. Proprio per ovviare a questa vera e propria perdita di intelletto, il crowdsourcing potrebbe essere la soluzione ideale, dando la possibilità a questi professionisti del settore di mettere sul mercato le proprie competenze, dando consulenze e fornendo idee a più aziende (non essendo quindi più legate per la vita a un solo brand). Questo si tradurrebbe in un “mercato delle idee” dinamico e al passo con i tempi e le possibilità di guadagno potrebbero essere davvero molto interessanti, oltre ad un ovvio miglioramento dei servizi per la logica e sana concorrenza che si andrebbe a creare.