di Joseph Grima

 

Occupandomi spesso di città, progettazione e incroci di saperi, è per me inevitabile chiedermi che ‘forma’ architettonica potrebbe avere un hub della cultura e dell’innovazione, dedicato all’esplorazione del dialogo tra discipline diverse, magari in una grande città italiana.

E altrettanto interessante, nel quadro culturale contemporaneo, sarebbe pensare a una specie di piattaforma privilegiata che in qualche maniera funga da base per iniziative proposte da giovani, o da persone che magari hanno idee ma che non trovano spazio per la realizzazione in altri luoghi, che altrove non riescono a incontrare una dimensione di investimento finanziario. Un hub del genere potrebbe avere scopi di sperimentazione scientifica, teatrale, musicale, letteraria: estendersi in tutti gli ambiti.

Per essere più precisi, si potrebbe immaginare una sorta di laboratorio aperto, declinato fisicamente in uno spazio costituito da una serie di container, tanti volumi che diventino sede per programmi culturali anche molto diversi tra di loro, e che possono essere influenzati l’uno dall’altro attraverso lo scambio di idee e prospettive differenti.

Questo potrebbe essere veramente il seme in grado di condurre alla realizzazione di un grande progetto culturale e sociale a lungo termine. Ma in realtà questa non è un'idea nuova.

E’ esattamente l’ambizione che spingeva l’architetto inglese Cedric Price, che a metà anni Sessanta aveva progettato il Fun Palace, ossia una struttura che sostanzialmente possedeva l’estetica di una piattaforma petrolifera. E in qualche maniera funzionava davvero così, visto che era un laboratorio di estrazione di materiali culturali grezzi: le idee, per l'appunto.

La cosa singolare è che il Fun Palace non è mai stato realizzato, anche se come sappiamo istituzioni come il Beaubourg a Parigi (disegnato da Rogers e Piano) hanno acquisito in eredità dal Fun Palace la propria forma e identità fisica.

Ma ciò che tutti gli altri spazi non sono riusciti a fare è stato appunto realizzare un’istituzione colonizzabile non unicamente dagli artisti (tipo residenza), e nemmeno soltanto dal pubblico – come nel modello classico del museo o dell’istituzione culturale – ma da entrambe le categorie, contemporaneamente.

Un’idea potrebbe essere non tanto un'istituzione dalla forma architettonica precisa che in qualche modo determina i suoi contenuti; ma piuttosto un kit d'assemblaggio, una serie di dispositivi spaziali che possono essere combinati e ricombinati attraverso una serie di forme architettoniche mutevoli nel tempo. Quindi un progetto architettonico non necessariamente prescrittivo ma capace di adattarsi, qualcosa che si plasma seguendo le visioni molto forti di chi è di volta in volta a capo di questo spazio.

Credo davvero che un’istituzione del genere possa e debba prendersi dei rischi, essendo una

piattaforma per la produzione di idee – la merce più scarsa, a qualunque latitudine.