di Valerio Millefoglie

La storia del leopardo delle nevi cominciano a scriverla due uomini. L’entomologo tedesco Johann Christian Daniel von Schreber, che nel 1775 fu il primo a descriverlo, dopo averlo incontrato sulla catena del Kopet Dag, a oriente del Mar Caspio. L’etologo e biologo George B. Schaller, che nel 1971 fu il primo a fotografare un esemplare, una femmina di Panthera uncia su una balza nevosa nella valle di Chitral in Pakistan. Mentre era in escursione la notò a circa 150 metri di distanza; nel suo libro Stones of Silence descrive così quel momento storico: “Una manciata di nuvole le si muovevano intorno trasformandola in una creatura fantasma, in parte mito e in parte realtà”.

Oggi Schaller è il vicepresidente di Panthera, l’organizzazione che ha lanciato lo Snow Leopard Program: un progetto per conoscere meglio questa specie ancora oggi enigmatica, sfuggente, raramente avvistata anche dalle popolazioni locali. Per farlo Snow Leopard si avvale di nuove tecnologie per monitorare la fauna selvatica in paesaggi remoti, poco ospitali, duri. Collari GPS, strumenti di telemetria utilizzati da enti spaziali come la NASA, e camera trap, delle vere e proprie telecamere che catturano le immagini dell’animale al suo passaggio. Le telecamere funzionano a temperature inferiori allo zero e possono essere lasciate incustodite per settimane o anche mesi, mentre lo scienziato a chilometri di distanza può controllare le immagini. “Una volta che abbiamo messo il collare al leopardo, abbiamo una quantità inimmaginabile di dati”, ha detto il presidente di Panthera. Questi strumenti resistono a temperature estreme e sono in grado di catturare immagini in notturna a infrarossi. Una singola unità può registrare entrambi i lati di un leopardo di neve in movimento.

Anche la genetica può aiutare i ricercatori. Grazie alle sperimentazioni sul DNA fecale è possibile identificare la specie. I dati raccolti poi vengono rielaborati attraverso piattaforme come Google Earth. Gli scienziati seguono le loro tracce anche grazie al GPS, sempre montato sul collare. In questo modo riescono a controllare in tempo reale gli spostamenti e gli habitat. Si crea una visione del loro mondo. “Se li portiamo in una grande area e li lasciamo lì per molto tempo”, continua a raccontare il presidente di Panthera, “otterremo decine di immagini e potremo stimare la dimensione della popolazione”. L’intensificazione delle attività minerarie, i cambiamenti climatici e i cacciatori di pelli mirano a far diventare il leopardo delle nevi un vero fantasma. La tecnologia è resistenza, aiuta a resistere, a non scomparire.