di Manuel Orazi

Cos'hanno in comune un diamante, un eroe dell'architettura del 900 e il futuro del contemporaneo? Lo ha raccontato il visionario progettista Italo Rota ad Audi City Lab durante il Salone del Mobile, a Milano: ''Due settimane fa, in Messico, sono andato a visitare la casa dell’architetto Luis Barragán e mi hanno raccontato che i suoi archivi sono stati acquistati e portati in Svizzera. Pare che un’artista americana abbia comprato invece metà della salma, trasformandola in un diamante. Quando il governo Messicano ha deciso di omaggiare Barragán con un famedio, l’artista americana si è detta disposta a donare il suo diamante se la proprietaria dell’archivio avesse ceduto metà del suo archivio.''

Secondo Rota oggi le storie hanno assunto un ruolo molto più importante della fantascienza: la maggior parte di noi si rende conto che stiamo vivendo in una moltitudine, non in una massa e la moltitudine è ognuno di noi, con le sue diversità e tutti i suoi incroci. ''Il lato positivo è la vita. Forse, il futuro, oggi, è vita. Noi siamo portati a pensarci e paragonarci ai mammiferi. Ma le piante, che secondo l’opinione comune non si muovono, hanno creato un modo di farsi trasportare per vivere, costruiscono una strategia per muoversi. La natura continua a ricomporsi. È fantascienza? No, è vita. Quando viene da me un nuovo cliente io gli chiedo: se vuole che lavori per lei, prima deve depositare dei soldi in una banca per demolire l'architettura che faremo o quello che faremo quando non servirà più. Penso che non dobbiamo più costruire ricordi e rovine, il nostro sistema è in grado di archiviare. Ma oggi il vero problema è non lasciare nulla, liberare il vuoto è l’ultimo capitale che ci rimane. ''Analogamente un grande maestro del cinema che ha trascorso la maggior parte della sua vita in Messico, Luis Buñuel, si augurava che la sua opera potesse essere completamente dimenticata e anzi bruciata per intero come avrebbe voluto Kafka, così che oggi non potremmo più deliziarci dei potentissimi film girati con pochissimi mezzi a Città del Messico come Nazarin (1958) o L’angelo sterminatore (1962) densi di quella categoria dello spirito post-surrealista ma squisitamente messicana che è il “real maravilloso”. E al real maravilloso cui non è estraneo nemmeno il premio Nobel Octavio Paz, appartiene anche l’opera dell’altro grande Luis Barragán, la cui opera benché storicizzata è ancora in larga parte da scoprire un po’ per via di un antico riflesso coloniale e un po’ perché trovare un’architettura in una megalopoli come Città del Messico è come cercare un ago in un pagliaio. Tuttavia nella casa per Eduardo Prieto López (1948), con i suoi volumi cubici integrati dai muri perimetrali in un’unità misteriosa raccolta intorno a un patio e a un giardino, oppure a Los Clubes (1966-1968), dove gli spazi sono definiti unicamente dai muri vivacemente colorati e dagli spazi d’acqua che li riflettono, è possibile incrociare un maestro capace di creare inattese affinità mediterranee e persino africane. Il futuro, ci insegna Barragán, sarà un arcipelago di influenze diverse.