di Gianmaria Raimo

Un'immagine astratta, un assemblaggio di caselle di vari colori. Davanti allo schermo un umano che clicca e ri-clicca, a raffica, evidenziando con un puntino rosso solo le caselle di un determinato colore. E così per ore, schermata dopo schermata. Sembra un videogioco, è un lavoro. Le caselle sono cellule di un tessuto umano; quelle marroni, da evidenziare, sono cellule tumorali.

Si chiama crowdworking perché l'umano lo sta facendo insieme ad altre migliaia di persone sparse nel mondo, ognuno davanti al computer di casa sua. I risultati verranno uniti, sovrapposti e forniti alla ditta richiedente: il lavoro di tante persone poco specializzate avrà così sostituito, potere della statistica, quello di un singolo anatomopatologo. E così per altre decine, centinaia di competenze, che possono essere assimilate al vecchio data entry: taggare delle immagini o dei video perché possano essere meglio catalogate negli archivi; o scorrere foto e filmati postati nei social network per eliminare quelli esplicitamente porno o violenti. Tutto si può fare: basta chiedere alla rete. E pagare (poco).

Il crowdworking non è una novità: la prima piattaforma, Amazon Mechanical Turk, è stata lanciata dodici anni fa. Da allora il fenomeno non ha fatto che aumentare, e sono sorte decine di siti che fanno incontrare domanda e offerta di questi particolari lavori: zCrowd, Crowdflower e così via. Il concetto è semplice: da una parte ci sono aziende che hanno bisogno di lavori ripetitivi, meccanici, assimilabili a quelli di un operaio in catena di montaggio; sono lavori però che per qualche motivo non sono (ancora) eseguibili dai computer: avrete visto girare sul web l'immagine formata da tante foto di musi di cane alternati a muffin, con la spiegazione che una intelligenza artificiale non riesce a distinguere gli uni dagli altri. Questa domanda incontra, dall'altro lato, l'offerta di tante persone che possono svolgere tali compiti sul pc di casa, e che sono disposte a farlo a poco prezzo, per vari motivi: pensionati che combattono la noia e arrotondano, studenti, persone bloccate in casa, disperati che lo fanno come secondo o terzo lavoro... Le abilità richieste sono davvero basse, chiunque può cliccare su una cellula marrone; e bassi sono anche i pagamenti: una inchiesta del sito Backchannel ha calcolato che mediamente si aggirano tra i 3 e i 4 dollari all'ora, ben sotto la paga minima Usa fissata sui 7. Senza considerare la totale assenza di diritti riservati ai dipendenti o anche ai prestatori occasionali di lavoro: manca anche il diritto più elementare, quello di essere pagati, perché l'azienda richiedente può rifiutarsi di farlo se giudica il lavoro inutile o fatto male.

Ciononostante, quello che è stato definito l'Uber dei cervelli – per evidente parallelismo con la piattaforma per autisti dilettanti – è un fenomeno in espansione: JP Morgan ha calcolato che ormai il 3% degli introiti dei cittadini americani viene da piattaforme online (come Uber o Airbnb), e di questi l'1% da piattaforme il cui lavoro viene svolto online. La minoranza, ma solo per ora, perché cresce a ritmi maggiori.

Espansione da un lato, fiato corto dall'altro: i passi in avanti nello sviluppo dell'intelligenza artificiale portano a supporre che presto o tardi tutti i lavori meccanici saranno eseguibili da computer. Cosa resterà al crowdworking, allora? Estinguersi. Oppure passare alla sua fase matura: che prevede vantaggi per la società e anche per le singole persone. Fase matura significa competenze specialistiche, e guadagni incredibilmente più alti. Alcune imprese si sono già avviate per questa strada: Udacity, per esempio, è una piattaforma che offre mini-corsi in materie riguardanti l'hi-tech: gli insegnanti sono specializzati, quindi gli studenti acquisiscono effettivi vantaggi nell'apprendimento, e chi ci lavora può guadagnare da un minimo di 50 dollari a ora. Tutto un altro mondo. Senza contare la soddisfazione professionale: vuoi mettere tra insegnare quello che sai fare meglio, e cavarti gli occhi su film porno o foto di tumori? Simile idea l'ha avuta il sito Atelier, che offre un ventaglio di stage e tirocini ad alta competenza. Insomma, il futuro del crowdworking è in netto miglioramento. E anche quello del lavoro.