di Riccardo Meggiato

 

I dati non sono precisi, ma l’opinione diffusa è che le startup abbiano un rapporto tra successo e fallimento davvero basso: in media, infatti, ne falliscono 9 su 10. Una percentuale del 90%, in effetti, appare disastrosa, specie perché persiste ormai da molti anni, nonostante si siano fatti parecchi sforzi per inculcare modelli di business opportuni agli imprenditori di queste realtà aziendali così particolari. Stando a Forbes, il problema principale risiede nella reale comprensione del concetto di “innovazione” che sta alla base di una startup. Buona parte dei dipendenti soffre del cambio di filosofia verso la cultura dell’innovazione. E a peggiorare la situazione, il fatto che i così detti “incubatori” e “acceleratori”, cioè organizzazioni nate in teoria per investire e agevolare il tasso innovativo delle startup, sono le prime a non recepire le reali esigenze di queste compagnie. Come? Continuando ad adottare un modello di business standard: investire una quota di denaro, assumere personale, impostare le deadline, controllare che siano rispettate. Una startup richiede un approccio diverso, più fluido, basato su numerosi contatti e influenze sia di professionisti che di tecnologia. In quest’ottica, un tradizionale incubatore non deve rappresentare il “guscio” più esterno di una startup, la pietra di confine tra l’innovazione e l’applicabilità in un contesto reale, ma deve diventare a sua volta parte di un’infrastruttura più grande. L’incubatore, cioè, non deve essere più il puzzle, ma ne deve essere solo un tassello. Un deciso cambio di paradigma che potrebbe portare anche alla morte di queste realtà, visto che le startup, a seconda dei casi, potrebbero farne a meno e puntare su nuove forme d’investimento.

In questo senso, una della realtà ormai più diffuse è quella del crowdfunding, una sorta di azionariato popolare che trasforma gli utenti in investitori. Ti colleghi a uno dei siti che si occupano di crowdfunding, scegli il progetto da finanziare, lo compri “sulla carta” e i fondatori della startup, una volta incamerata la cifra necessaria, si mettono al lavoro. Va da sé che un modello di questo tipo, che ha rivoluzionato il settore, non si applica bene a progetti che richiedono grandi investimenti, dove incubatori e acceleratori possono contare, in genere, su fondi più sostanziosi.

Ed è qui che entra in scena TruCrowd (www.trucrowd.com), una piattaforma che si definisce di “Federal Equity” dedicata proprio a imprenditori di startup e, dall’altra parte, investitori accreditati e non. Al momento, altra particolarità, è specificatamente dedicata a utenti americani, ma è chiaro che potrebbe diventare un modello replicabile in altri Paesi. Basta darci una veloce occhiata per comprendere che la principale differenza rispetto a realtà simili è che l’investimento è societario. Non, quindi, prodotti da acquistare in base a una scheda, nella speranza che l’imprenditore raggiunga il capitale per svilupparli e recapitarli, ma società in cui investire per poi guadagnare eventuali dividendi.

Ecco perché, su TruCrowd, si trovano principalmente startup di servizi. Ciascuna è caratterizzata da una scheda dove è indicato l’obiettivo minimo e massimo di investimento da raggiungere, l’investimento minimo richiesto e, soprattutto, il valore stimato della startup.

Chiaramente, ogni realtà che si propone su TruCrowd offre diverse possibilità di ritorno dell’investimento, ed è per questo che la piattaforma richiede maggiore attenzione quando si decide di utilizzarla. Del resto, non manca una ricca documentazione che mette al corrente gli investitori sui rischi, di vario genere, verso cui può andare incontro con operazioni di questo tipo.

Il modello proposto dalla piattaforma sembra aderire appieno al paradigma “My Move to the Edge, Declare it Center”: un gioco di parole inventato dal fondatore di Truss, per un articolo su Forbes, che riassume i quattro principi che portano ad avere città moderne e vibranti, stilati da Jane Jacobs negli anni '60. Declare, Edge, Move, Center sintetizzano il concetto che vuole le società moderne fondate su cooperazione, integrazione e crescita distribuita.

Il paradigma, caro alla finanza di nuova generazione, promette di mettere in soffitta quello proposto fino a oggi da incubatori e acceleratori. Questi ultimi, a questo punto, per sopravvivere, potrebbero decidere di sfruttare a loro volta servizi come TruCrowd.

Non resta che aspettare di vedere che direzione prenderà l’evoluzione di questo fenomeno.