di Valerio Millefoglie

Il lavoro è un'architettura. Architettura di spazi e di momenti, architettura di giornate che sommate costruiscono una vita. E oggi che il lavoro si fa sulla scrivania di un computer, c’è bisogno di uffici che amplino il significato del termine e in qualche modo sfuggano alle definizioni: dal latino officium, ovvero dovere, cortesia, servigio. “Fai sempre ciò che ami” è il dovere e il servigio che dobbiamo innanzitutto a noi stessi; ed è anche il claim di WeWork, un coworking per piccole e grandi imprese, modulare e trasformista. Il WeWorker è un impiegato che ha uffici in 48 città del mondo e può prenotarli quando e come vuole, dall’America all’Argentina, dalla Francia alla Cina, dal Giappone alla Germania, e l’atlante è in espansione.

L’idea è molto semplice e al contempo innovativa: uffici per un solo giorno e per una sola persona, uffici per mesi e per cento dipendenti. Tutti quanti aperti ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, per tutti i modi che ci sono di mettersi al lavoro. Una sala giochi, un muro di street-art, il bancone di una birreria. Sono solo alcuni degli ambienti di questo co-working diffuso. Se fai l’informatico il tuo collega può essere un beatmaker, se fai il beatmaker il tuo collega può essere un’insegnante, se fai l’insegnante il tuo collega può essere uno stilista. I vicini di ufficio diventano un’unica azienda di idee che cerca, se non di cambiare il mondo intero, almeno di cambiare il proprio mondo, impegnandosi quotidianamente nel proprio sogno.

“Volevamo un luogo dove ogni individuo si sentisse un plurale, parte di un noi”, ha detto Miguel McKelvey, uno dei fondatori di WeWork. Nel 1998, dopo la laurea, McKelvey si è trasferito a Tokyo. Racconta che sul conto in banca aveva soltanto 1.500 dollari. Li ha spesi tutti nelle prime settimane mangiando sushi, girando i club e spiegando i testi delle canzoni pop americane ai giapponesi. L’esperienza lo ha spinto a creare un sito web per mettere in contatto studenti da ogni parte del mondo. Il claim diceva, “Impara l’inglese trovando amici”. Tornato a New York, è ritornato anche alla sua prima passione: l’architettura.

Secondo Tim Carrol, amministratore di JLL, azienda leader nel settore della consulenza immobiliare, “la tecnologia sta trasformando il business, le aziende e gli immobili. Infatti gli immobili e il luogo di lavoro sono la manifestazione più visibile di questa ristrutturazione. Il bene immobile, il luogo di lavoro sono un modo per aggiungere valore, aumentare la crescita e innovare”. Gli edifici non sono più solo pareti spoglie con un orologio da fissare ogni mezz’ora sperando arrivi presto l’orario di uscita, ma diventano spazi intelligenti che interagiscono con le persone. “Oggi - continua a raccontare Tim Carrol - ci sono mobili che grazie a sistemi tecnologici riescono a controllare i livelli di stress delle persone, ci sono sensori che rispondono alle scelte individuali. Tutto questo contribuisce a migliorare le prestazioni di lavoro e l’esperienza stessa di lavoro”. La tecnologia si fa umana, come il posto di lavoro che è molto più di un semplice posto di lavoro. La sintesi è nella mission di WeWork: “Vogliamo creare un mondo dove le persone si fanno una vita, e non si limitano a vivere”.