di Jacopo Cirillo

 

Senator, we run ads”. Resterà probabilmente impressa a molti questa risposta di Mark Zuckerberg a un dubbioso Senatore che chiedeva lumi sul business plan del ragazzo da Harvard, dopo lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica e l’appropriazione scorretta dei dati degli utenti sul social network.

La domanda sorge spontanea: esiste un modo per usare bene i social network? E, soprattutto, cosa significa utilizzarli “bene”?

Forse, però, bisognerebbe iniziare da un interrogativo più ampio, e cioè: a cosa servono i social network? A quale bisogno rispondono? Spesso si pensa che le grandi idee, quelle che, per capirci, ti fanno diventare multimilionario, non soddisfino tanto un bisogno, piuttosto provvedono a crearlo. Come dire: le persone non sapevano di avere bisogno dei social network prima che venissero inventati, e adesso non possono farne più a meno, nonostante gli stessi social network non rispondano a un effettivo bisogno reale che li precedeva e li prefigurava. La domanda allora non è se si stava bene – o meglio – senza Facebook ma, piuttosto, come si fa a stare bene anche con Facebook attorno.

Partendo da questo assunto, e d’accordo sul fatto che la domanda iniziale, in realtà, è mal posta, diventa interessante analizzare l’utilità dei social network, il modo in cui si possono utilizzare “bene”, in maniera retroattiva: abbiamo una possibilità di comunicazione, connessione e clustering di dati totalmente inedita nella storia dell’umanità, proviamo a farci qualcosa di buono. E di cose buone, in effetti, possono essercene moltissime. Twitter, per esempio. Il punto di forza del social network con l’uccellino è la possibilità di postare reazioni in diretta a eventi che accadono nel mondo reale, diventando di fatto un sensore sociale di attività. Pete Burnap della Cardiff University, per esempio, ha recentemente proposto, insieme al suo gruppo di lavoro, una nuova modalità di raggruppamento di tweet usando una finestra temporale di trenta minuti e collegandoli a luoghi precisi, attività, link o immagini. In questo modo, sostiene Burnap in una pubblicazione del 2017, saremo in grado di predire rivolte, agitazioni, tumulti molto prima della polizia e delle forze dell’ordine, semplicemente analizzando i tweet delle persone coinvolte o che stanno per esserlo.

Un’altra applicazione, questa forse più inaspettata, dei social network ha portato Amy Slater dell’University of the West of England Centre for Appearance Research a studiare i disordini alimentari nelle teenager, scoprendo che quanto più le ragazze aumentano il tempo passato su Facebook e il numero delle amicizie virtuali strette, tanto la loro preoccupazione per il proprio corpo e aspetto fisico aumenta sensibilmente. Questo significa che gli studi di Slater possono riuscire a predire il futuro comportamento alimentare delle adolescenti a partire dalle attività sulle loro bacheche Facebook, identificando, di fatto, le ragazze a rischio di sviluppare disturbi alimentari negli anni immediatamente successivi, e prevenirli.

I social network, inoltre, hanno possibili applicazioni per gli studiosi di scienze sociali e comportamentali e i loro esperimenti, risolvendo alcuni problemi che parevano insormontabili. Di solito, infatti, gli accademici mettevano insieme gruppi di studenti per testare le loro teorie comportamentali – si pensi al famoso esperimento di Milgram, per capire se qualcuno sarebbe davvero capace di uccidere uno sconosciuto sotto l’ordine di una figura autoritaria. Curtis Jessop, direttore delle ricerche sociali al NatCen, in Inghilterra, spiega che la scelta di coinvolgere studenti era dettata semplicemente da questioni logistiche: erano già presenti in università. Chiaramente, però, non rappresentavano davvero la popolazione, ma solo una sua piccola e ben circoscritta parte. Attraverso i social media, invece, le persone coinvolgibili sono potenzialmente infinite e, dunque, rappresentano uno strumento molto più utile ed efficace per le ricerche scientifiche e sociali.

La rete, e le sue declinazioni principali, sono strumenti neutri di per sé; tutto dipende da come li utilizziamo. Dato che, per esempio, un cacciavite può servire a montare una libreria o ad assassinare il fattorino che te l’ha consegnata senza una vite, la questione si riduce alle modalità di utilizzo di uno strumento, non alle proprietà dello strumento stesso. E per citare Sandra Matz della Columbia Business School: the bad guys are doing it, so we might as well be in there ourselves. I cattivi lo stanno già facendo, potremmo esserci dentro anche noi.