di Jacopo Cirillo

 

Dal piccolo giubbotto di protezione utilizzato il 20 luglio 1969, l’umanità ha fatto passi da gigante nella corsa allo spazio e il prossimo balzo dovrebbe portarci fino a Marte o, almeno, attrezzarci per missioni a lungo e lunghissimo termine. Elon Musk, l’eccentrico e visionario imprenditore sudafricano, ha proprio il pianeta rosso in cima alla lista dei desideri della sua già incredibile carriera, ma i problemi da risolvere sono moltissimi. Uno dei più pressanti, anche se tra i meno pubblicizzati, è la questione delle radiazioni. Le particelle e le radiazioni elettromagnetiche che ingolfano lo spazio sono talmente dannose per l’uomo da riuscire a modificarne il DNA, spesso in maniera irreparabile, e possono portare a malattie cardiovascolari e bloccare la generazione delle cellule cerebrali.

Come spiega bene Tony Slaba, un ricercatore della NASA, l’esposizione alle radiazioni nello spazio è decisamente differente a quella sulla Terra (come i raggi x e i raggi gamma), a causa della mancanza di atmosfera e del campo magnetico che ci protegge.

Una soluzione potrebbe venire dagli asteroidi. Daniel Britt dell’Università della Florida Centrale spiega che la loro argilla è ricca di idrogeno, il più efficace materiale-scudo per i protoni e i raggi cosmici, addirittura il 10 percento più performante dell’alluminio solitamente utilizzato per il rivestimento delle tute spaziali. Il problema, qui, è l’estrazione, perché non esistono a oggi macchinari per attività minerarie a gravità zero, anche se si potrebbero usare magneti giganteschi per separare l’argilla dagli altri materiali presenti negli asteroidi. Tutto molto complicato. Ancora più complicata e immaginifica, come al solito, l’idea di Elon Musk: creare esseri umani geneticamente modificati per renderli resistenti alle radiazioni. Sembra fantascienza spinta ma in realtà alcuni ricercatori, come Lisa Nip del MIT, sostengono di non essere così tanto lontani dalla soluzione, e il futuro potrebbe riservare orizzonti davvero incredibili. Il professore di medicina alla Weill Cornell Christopher Mason, infatti, spiega che le generazioni successive agli astronauti geneticamente modificati potrebbero evolversi ulteriormente in maniere differenti rispetto agli umani che ancora vivranno sulla Terra, diventando sempre più resistenti alle radiazioni e, addirittura, più alti della media, visto che l’inferiore gravità del pianeta rosso dovrebbe rendere le loro ossa meno dense e, di conseguenza, più allungabili.

Mentre aspettiamo di ritrovarci in un racconto di Philip K. Dick, la società israeliana StemRad ha da poco sviluppato e sta mettendo a punto AstroRad, un vero e proprio giubbotto anti radiazioni. La NASA e l’agenzia spaziale israeliana hanno stretto un accordo per l’utilizzo dell’AstroRad durante la missione della ISS (International Space Station) attorno alla Luna prevista per il 2019. Il CEO della società Oren Milstein afferma che il loro giubbotto anti radiazioni è già in una fase avanzata, e la sua efficacia è stata dimostrata attraverso simulazioni molto complesse e altrettanto soddisfacenti.

Il processo di ideazione e costruzione è andato più o meno così: StemRad aveva già creato e testato una versione 1.0 dello scudo anti radiazioni, il 360 Gamma, usato attualmente sulla Terra dai tecnici chiamati ai sopralluoghi per gli incidenti nucleari. Il focus di questo giubbotto è la protezione del midollo osseo nella regione pelvica, semplicemente perché, come detto prima, le radiazioni gamma terrestri sono molto diverse da quelle spaziali. Grazie alla collaborazione con la Lockheed Martin, famosa azienda americana attiva nei settori dell’ingegneria aerospaziale e della difesa, StemRad è allora riuscita ad adattare le proprie tecnologie per l’uso nello spazio. AstroRad, dunque, oltre a proteggere il midollo osseo, può anche garantire l’incolumità di altri organi vitali come i polmoni, lo stomaco e il colon e, per le astronaute, anche le ovaie e le ghiandole mammarie. In questo modo, spiega Milstein, si riuscirà anche a minimizzare il rischio di cancro durante le missioni.

Insomma, sembra proprio che le nuove frontiere prospettate da Star Trek più di cinquant’anni fa passino per una specie di giubbotto salvagente e si sviluppino non tanto nello spazio infinito quanto, paradossalmente, dentro di noi, nel nostro DNA.