di Riccardo Meggiato

 

Avete mai provato il gioco del “20 Questions” o “Q20”? Si tratta di indovinare a cosa sta pensando una persona sulla base di venti domande a cui si rispondere con un Sì o con un No. Ne esistono diverse versioni online e come app, è molto divertente e dovreste provarlo, specie perché sareste in buona compagnia. Una compagnia di lega e chip, a dirla tutta, visto che lo U.S. Army Research Laboratory e l’università del Michigan stanno insegnando a giocare a Q20 a dei robot. Un espediente molto semplice che mira a ottenere risultati ambiziosi. In primis, insegnare a una macchina a fare domande opportune a un’altra macchina, e, in secondo luogo, migliorare le interazioni tra esseri umani e robot. 

A oggi, siamo in grado di sviluppare sistemi di intelligenza artificiale abbastanza evoluti, e per rendercene conto basta armeggiare coi sistemi di assistenza automatica presenti nei nostri smartphone. Considerate, per esempio, assistenti vocali come Alexa di Amazon, Siri di Apple o Cortana di Microsoft: basta fare loro una domanda per ricevere una risposta. Spesso, anche a tono. Ma i sistemi di intelligenza artificiale possono spingersi oltre, da un punto di vista tecnologico. Per esempio, rispondere a giochi basati su quiz. Il punto è che si tratta, sempre e comunque, di intelligenze artificiali capaci di gestire una sola domanda alla volta. Anche i problemi più complessi, che ai nostri occhi sembrano venire risolti in modo brillante da un cervello digitale, vengono ridotti a una singola domanda. Il Dottor Brian Sadler dell’Army Research Laboratory, insieme ai ricercatori Hye Won Chung, Lizhong Zheng e Alfred. O. Hero, credono che il prossimo passo, per ottenere un’intelligenza artificiale davvero intelligente, sia farle gestire più domande e più risposte in sequenza. Che è ciò che succede, dopotutto, in una normale conversazione tra esseri umani. Non pensate solo a domande e risposte tradizionali, ma ai molteplici input ai quali siamo sottoposti nel corso di un qualsiasi ragionamento umano. Decine e decine di parametri che consideriamo in sequenza, per dare forma ai nostri pensieri. Raramente poniamo l’attenzione sul singolo quesito, poiché questo, più spesso, fa parte di un insieme di quesiti correlati tra loro. Ed è qui che vengono a galla i limiti delle intelligenze artificiali: provate a porre una sequenza di domande, legate tra loro, al sistema di chat di turno, e lo vedrete fallire dopo qualche tentativo.

L’idea di Sadler e del suo team parte proprio da questa considerazione: insegnare ai cervelloni elettronici qualcosa in cui gli umani sono terribilmente abili. A dare risposte binarie a sequenze di domande. E cosa c’è di meglio che farlo con un gioco come il Q20? Questo gioco, tra l’altro, insegna anche a porre le domande corrette, che secondo i ricercatori devono essere nel minor numero e dal massimo valore possibile. Quindi poche e molto specifiche, come quelle che andrebbero poste a un soldato sul campo di battaglia per fornirgli poi il migliore comando possibile. Occorre non sprecare tempo, che può essere la differenza tra la vita e la morte, e al tempo stesso raccogliere tutte le informazioni necessarie.

E così, dunque, ecco il Q20. Ma come funziona il gioco delle venti domande con un robot? I ricercatori stanno sperimentando con un numero da indovinare e una serie di domande utili a scoprirlo sulla base di risposte che possono essere o Sì o No. È stata prevista anche la possibilità di rispondere in modo errato, generando quello che i ricercatori definiscono “rumore”. Una piccola percentuale di incertezza che, tuttavia, possa essere filtrata per fornire comunque la risposta esatta. I risultati ottenuti finora, a detta del team, sono eccellenti e riducono al minimo le possibilità di sbagliare. Ovviamente si tratta ancora di una fase sperimentale ma lo studio, pubblicato nel numero di febbraio dello IEEE Transactions on Information Theory, mette le basi per quello che potrebbe diventare il modo di ragionare dei robot del futuro. Un ragionamento del tutto simile a quello umano perché assimilatp grazie a un gioco tanto caro agli umani.