di Dario De Marco

Noi umani siamo una specie buffa, più che altro. È vero, abbiamo colonizzato la maggior parte della superficie terrestre, ma mai quanto i batteri, per esempio. Abbiamo invaso il mondo con sette, otto miliardi di esemplari: una cifra ridicola, rispetto a quelle di qualsiasi specie di insetti. Pensiamo di essere i più bravi di tutti, ma in particolar modo pensiamo di aver capito tutto: siamo convinti che non ci sia più niente da scoprire, e solo da inventare. Certo, la scienza dell'infinitamente piccolo, la fisica dell'infinitamente grande, sono territori inesplorati e forieri di sorprese future; ma per quanto riguarda il resto, per quello che abbiamo davanti agli occhi quotidianamente, siamo tranquilli che non possa riservarci nulla di nuovo. E invece.

Gli abissi marini, per esempio. Nella letteratura e nel mito sono un ambiente così prolifico di mostri che sarebbe interminabile anche solo un semplice elenco: dalla piovra al kraken, passando per sirene e tritoni. Ma sono appunto creature mitologiche, niente a che vedere con la realtà. Che non può più stupirci. E invece. Dall'oceano arrivano, grazie alle tecnologie sempre più avanzate di cui dispongono i biologi marini, sorprendenti scoperte. Ha fatto sensazione, qualche settimana fa, il ritrovamento in Indonesia di una gigantesca carcassa, rosea e asimmetrica, che affiorava dalle onde. Con una enorme sorta di zanna in bella vista, faceva pensare ai più orribili esseri partoriti dalla fantasia umana. Peccato che immediatamente gli esperti abbiano parlato di un cetaceo, nulla di più; le indagini e le analisi approfondite che poi sono state effettuate hanno portato al risultato che si trattava, incredibile, di una balena. Come anche, l'estate scorsa, non a riva ma in alto mare era stato avvistato, e fotografato, un mostruoso dirigibile rosa striato di bianco, che galleggiava sulle onde. Anche lì, si è poi scoperto che si trattava del cadavere di un balenottero, gonfio all'inverosimile per i gas dovuti alla decomposizione.

Tutte bufale, quindi, quelle che popolano i mari? Molte sì, tutte no. E proprio qui sta il bello: che la realtà supera la fantasia, come si dice. In una recente spedizione al largo delle coste australiane, un team di scienziati ha scoperto una nuova specie di pesce, dalle sembianze aliene: completamente privo di faccia, è stato ritrovato nelle acque della baia di Jervis. Viveva alla profondità di 4mila metri, ed è stato rinvenuto da una spedizione scientifica nelle riserve naturali tra la Tasmania del nord e il Queensland: non ha occhi, o meglio li ha piccoli e molto sotto la pelle; ha l'aspetto vago di una sogliola senza testa, e fa orrore anche a un occhio poco impressionabile. Il bello è che gli scienziati hanno detto che questa è solo una delle tante scoperte che stanno facendo in quelle acque, anche se effettivamente la più eclatante.

L'esplorazione di quello che è solo a pochi metri da noi (che cosa sono 4 chilometri? Una passeggiata di un'oretta, in orizzontale – un abisso quasi irraggiungibile, in verticale) è possibile grazie alle tecnologie più avanzate e innovative, che consentono di resistere alla incredibile pressione atmosferica degli abissi. Poca luce, e poco ossigeno, sembrerebbero incompatibili con la vita, e invece hanno solo dato luogo a forme di vita impensabili: pesci che avanzano sulla testa e hanno parti fotosensibili; pesci che camminano sulle pinne in direzione contraria alla corrente. “E le scoperte che stiamo facendo – ha commentato alla ABC Dianne Bray dei Musei Victoria – potrebbero essere solo l'inizio: abbiamo appena iniziato a grattare la superficie”. Presto guarderemo l'abisso, e lui noi.