di Gianmaria Raimo

Il cinema, per definizione, è una forma d'arte che deve essere usufruita nello scorrere del tempo. Costituisce una narrazione, e in questo senso è attualmente assimilabile al teatro e, più alla lontana, alla letteratura: non a caso con queste arti c'è un proficuo scambio di idee; soprattutto nel senso che i film ne traggono ispirazione. Non bisogna dimenticare però che il cinema delle origini – muto, ancor prima che in bianco e nero – nei suoi primi incerti passi veniva assimilato più alle arti figurative e alla fotografia: si vedano i primi capolavori della settima arte; si vedano le sperimentazioni messe in atto dalle avanguardie storiche. Qualcosa di bello da guardare, ancora prima che una storia da seguire. Forse pensando a questo, forse volgendo lo sguardo al passato per creare il futuro, Jason Shulman ha ridotto le pietre miliari del cinema a una sola immagine. Ma non ha agito per sottrazione, scegliendo i fotogrammi più significativi, bensì per accumulazione: lasciando l'obiettivo aperto mentre tutte le immagini del film scorrono, con un risultato di incomparabile fascino e bellezza.

La tecnica della lunga esposizione è quella che, per esempio, consente a un'autostrada fotografata in notturna di diventare un intreccio futuristico di luci colorate. Photographs of Films, in mostra a Londra fino a giugno, rende ogni pellicola un agglomerato di sfumature che vanno dal fantasmatico al surreale. Ma con effetti sorprendentemente diversi: se Alice in Wonderland (1951) risulta come una specie di apparizione ultraterrena, Il dottor Stranamore di Kubrick mostra con precisione inaspettata alcuni pezzi della scenografia; se il Rocky horror picture show sembra un Rothko, Le voyage dans la lune del 1902 si pone a metà tra il primo cubismo e Escher.

Alcune pellicole funzionano meno bene di altre: Avatar, per esempio, racconta l'artista, alla fine veniva come una serie di sfumature di blu. “Si impara molto dello stile di un regista facendo questa specie di traduzione”, ha dichiarato Shulman al Guardian: “Hitchcock tratta di persone, Kubrick ha a che fare con la composizione di immagini, Bergman... beh lui è stato d'animo, psicologia”.