di Valerio Millefoglie

Guide per turisti esigenti, con zaino in spalla, con bambini, senza bambini, con animali, guide galattiche per autostoppisti. La bibliografia delle guide ai luoghi è sterminata ma fino ad oggi nessuno aveva scritto una guida per chi ha in mente di svaligiare banche, case, negozi. Ci ha pensato Geoff Manaugh, autore di BLDGBLOG, uno dei più importanti siti web di architettura e design, pubblicando la sua Guida di un ladro alla città. Diventato subito bestseller, è entrato nelle case di molti, e anche in molte classifiche: tra i migliori libri del 2016 secondo Amazon, consigliato dal Financial Times come lettura estiva e per due mesi consecutivi tra i bestseller del New York Times. Attualmente è in corso un adattamento televisivo prodotto dalla CBS.

Il libro esplora il rapporto tra furti e architettura, portando i lettori dalle fogne ai caveau, sotto i vani degli ascensori, sui tetti dei palazzi dove gli abitanti dormono mentre qualcuno sopra le loro teste è sveglissimo. Una cartina geografica che, dispiegata, svela tante cose: debolezze e passaggi segreti degli edifici, grimaldelli al posto delle chiavi, lacca non per i capelli ma per manomettere le telecamere a infrarossi, pareti degli appartamenti con la consistenza dell’aria. E loro, i protagonisti del libro, ci passano attraverso, come esperti degli ingressi senza chiedere permesso.

Il libro si apre e si chiude con la storia di George Leonidas Leslie, architetto e ladro di banche in America a fine Ottocento: tra le più grandi rapine della sua banda ci fu quella ai danni della Ocean National Bank; portarono via 768.879 dollari ma lasciarono due milioni sul pavimento. Oltre a questa storia, che è forse il racconto di una delle più grandi dimenticanze di quell’epoca, il libro raccoglie e ci riporta le voci di agenti speciali dell’FBI, rapinatori, consulenti di sicurezza privata, poliziotti e, naturalmente, testimonianze degli architetti del presente e del passato. “Il furto fa parte del tessuto della società”, sostiene Manaugh, “Ed è una inevitabile conseguenza dell’architettura”.