di Chiara Calpini

 

 

C’è un’importante caratteristica che distingue quella umana da tutte le specie che popolano il nostro pianeta. E quella caratteristica è il linguaggio. Gli animali comunicano, anche gli uomini comunicano ma in più hanno la capacità di imparare continuamente nuovi suoni e di espandere i significati simbolici. Eppure l’evoluzione del linguaggio umano è ancora un mistero. Adesso un team di ricercatori americani sta cercando di avvicinarsi alla verità analizzando le comunicazioni tra scimpanzé, le scimmie che, insieme ai Bonobo, possiedono il patrimonio genetico più vicino a quello dell’uomo. Michael Wilson, professore associato di Antropologia e Ecologia, Evoluzione e Comportamento all’Università del Minnesota, con la sua squadra di studenti e di alcuni assistenti di campo, ha cominciato ad esaminare come parlano tra di loro gli scimpanzé che vivono nel parco di Gombe in Tanzania, per individuare se esistono quegli anelli evolutivi finali che ancora ci sfuggono.

Il linguaggio e la mente umana provengono da quell’1,2 per cento di materiale genetico che ci separa dagli scimpanzé, ma anche dal 98,5 per cento che è condiviso. Nella densa foresta tropicale africana si sono evoluti i primi ominoidei, la superfamiglia di primati che comprende la nostra specie e le cosiddette scimmie antropoforme: gli oranghi, i gorilla, i bonobo e gli scimpanzé. Nel tempo, l’anatomia corporea dell’uomo è cambiata, fornendo le basi necessarie per lo sviluppo di alcune caratteristiche uniche tra cui la laringe, che permette di emettere un numero infinito di suoni utilizzati nel linguaggio. I vari cambiamenti avvenuti nel cervello ci hanno permesso di capire che gli altri hanno pensieri, credenze e desideri. Ma per progredire nella comprensione della nostra storia ora dobbiamo tornare in Africa, dove è nato l’uomo, insieme alle grandi scimmie con cui abbiamo condiviso tanto del nostro percorso.

Dal punto di vista evolutivo, gli uomini si sono separati dagli scimpanzé relativamente di recente, solo 7,9 milioni di anni fa rispetto ai circa 85 milioni di esistenza dei primati. La squadra di Wilson vuole studiare a fondo la comunicazione degli scimpanzé per capire se condivide qualcosa con la nostra. Se non ci fossero elementi in comune, se ne potrebbe desumere che il cambiamento chiave nell’evoluzione del linguaggio umano è avvenuto solo dopo che le linee evolutive si sono separate, ed attiene esclusivamente alla nostra specie. Il metodo di ricerca di Wilson e della sua squadra consiste nell’immergersi nella foresta armati di registratore digitale e microfono direzionale per seguire gli scimpanzé e schedare le loro interazioni vocali. Di solito il team sceglie un determinato esemplare da seguire per tutto il giorno, in modo da collezionare un numero simile di interazioni per ogni individuo. Ma non basta. Oltre alla registrazione di nuovi versi i ricercatori hanno creato un archivio di registrazioni realizzate da altri studiosi fin dagli anni ‘70 e che al momento contiene circa 80 ore di materiali, così da massimizzare il confronto dei dati delle osservazioni raccolte.

L’etologa inglese Jane Goodall negli anni 70 si trasferì proprio nel parco Gombe in Tanzania per studiare gli scimpanzé, e poi divenne la più strenua difenditrice della loro sopravvivenza, creando una fondazione per combattere il traffico illegale e l’impoverimento dell’habitat: “Sono entrata nella foresta per studiare gli scimpanzé e ne sono uscita per salvarli”, afferma. Grazie alle indagini di Goodall nel corso di 40 anni, lo studio in assoluto più lungo su un essere non umano, è stato possibile scoprire molte cose che avvicinano gli scimpanzé agli umani: sono in grado di costruire e usare attrezzi, cacciano e mangiano carne, si fanno la guerra, c’è un legame tra madre e figlio molto forte e sono in grado di mostrare compassione. Ma probabilmente quella del linguaggio non è una competenza condivisa.

Gli scimpanzé emettono molti suoni differenti: grossi grugniti, fischi, ansimi, abbai e così via, ma in tutta l’Africa i versi sono simili in casi, per l’appunto, simili fra di loro. Secondo i ricercatori del Minnesota i versi delle scimmie assomigliano di più ai suoni umani del piangere o del ridere piuttosto che a vere e proprie parole che, invece, possono variare di molto a seconda dei luoghi. La ricercatrice Lisa O’Bryan, che ha partecipato allo studio, ha scoperto che gli scimpanzé producono una grande varietà di versi quando trovano il cibo ma nulla dimostra che comunichino cosa stiano mangiando effettivamente. L’idea è che non esista una corrispondenza precisa tra caratteristiche acustiche e tipologia del cibo. Nonostante la varietà dei versi, gli scimpanzé comunicherebbero con modalità simili a quelle di altri primati. Questo indica che i nostri antenati, quelli in comune con gli scimpanzé, avevano buone capacità di comunicazione vocale per essere dei primati non umani. Ma, ed è questa la sorpresa, sembra anche indicare che scimmie e uomini comunicano in modo differente, sfatando ipotesi precedenti che li avvicinavano. La ricerca è ancora nelle fasi iniziali ma il linguaggio sembra proprio un affare esclusivamente umano. L’investigazione continua.