di Francesco Musolino

 

Come avete trascorso la scorsa estate? Difficilmente potrete vantarvi di aver scongiurato una pandemia globale, proprio come il dott. Kevin Olival che si è unito a un gruppo di cacciatori indonesiani nelle foreste di mangrovie nell'isola di South Sulawesi. Ma con obiettivi decisamente diversi. Per i cacciatori, i pipistrelli della frutta potevano essere delle prede redditizie, invece Olival li cercava per una ragione differente. Esperto cacciatore di virus da oltre quindici anni, ecologista e biologo evoluzionista, sta perlustrando il mondo alla ricerca di campioni di animali che ospitano alcuni dei virus più sconosciuti e spaventosi per conto dell’organizzazione non-profit EcoHealth Alliance. Il suo obiettivo? Scongiurare una futura pandemia globale.

L’idea di partenza è elementare. Se gli scienziati possono identificare quei luoghi in cui il contagio animale-umano è più probabile, sarà possibile favorire la prevenzione, evitare l’infezione, scongiurare la catastrofe. Tutto comincia da una corretta analisi dei campioni sul campo, e per far questo Olival e il suo team analizzano il sangue dai pipistrelli, congelando tutto in azoto liquido. Una grande battaglia che vede EcoHealth Alliance collaborare attivamente con USAID PREDICT, un progetto globale da 200 milioni di dollari con i medesimi obiettivi di prevenzione.

Ma la grande domanda è: basterà il targeting dei vettori animali per raggiungere questo obiettivo? In tal senso i dati sembrano rassicuranti, del resto delle circa 400 malattie infettive emergenti che sono state identificate dal 1940 in poi, oltre il 60% aveva origine animale. Qualche esempio? La peste bubbonica era veicolata dai ratti cittadini, l'HIV / AIDS è iniziato come un virus nelle scimmie e l’ebola è stato ospitato dai pipistrelli prima di compiere il salto negli umani. E la temibilissima influenza spagnola del 1918 che ha fatto 50 milioni di morti? È stata ricondotta ai volatili.

Ma che impatto hanno i fattori moderni come il cambiamento climatico, il degrado ecologico e le pressioni demografiche? La verità non è piacevole. «Il mondo non è preparato – afferma Dennis Carroll, direttore dell'Unità di sicurezza e sviluppo globale della sanità presso l’USAID – per mitigare l'impatto di una minaccia emergente o per prevenirne l'emergere. Sì, siamo vulnerabili. Dobbiamo aumentare la prevenzione – continua Carroll – e migliorare le nostre contromisure tecnologiche per non arrivare sempre un attimo dopo i primi contagi».

Ma che margine di cambiamento abbiamo?

Prendiamo in considerazione l’esempio del Bangladesh. Fino a poco tempo fa, il paese ha sofferto di focolai regolari del virus mortale Nipah, che ha ucciso fino a 50 persone ogni anno a partire dal 2001. Ma dal 2016 le vittime si sono azzerate. Il merito è di una campagna educativa su larga scala attuata dal governo, che ha fatto in modo di ridurre al minimo il contatto con le palme e i datteri, proprio lì dove i pipistrelli contagiavano l’uomo.

Ma non tutti sono d’accordo. Secondo il dott. Robert B. Tesh, virologo presso la Texas University, «attualmente non possiamo fare granché se non puntare sulla prevenzione», partendo da uno studio realizzato sul Nilo che analizzava l'uso del suolo, il clima, il genotipo delle zanzare e i microbiomi di quelle zanzare. E prosegue affermando che «ci sono troppe variabili per poter elaborare un modello predittivo. Non faremmo altro che ingannarci e sperperare fondi governativi».

Tuttavia mollare la presa e smettere di cercare di anticipare il contagio non è una buona idea e PREDICT ha intenzione di proseguire i suoi studi sul campo. Parafrasando la situazione, prendiamo in considerazione le previsioni del tempo che nel giro di un paio di decenni sono diventate davvero efficaci grazie ad una efficiente raccolta dati, rendendo quasi infallibile i modelli predittivi. Così, secondo la dottoressa Mazet, «il nostro rischio più grande è quello di volare alla cieca, di avere accesso a poche informazioni. Non c’è tempo da perdere, dobbiamo investire nella ricerca – conclude Mazet – o rischiamo che molto presto possa scatenarsi una pandemia fuori controllo anche per colpa della negligenza scientifica».