di Valerio Millefoglie

 

“Pronto…”, “Sono Julie. Volevo chiederle: lei mi ama?”. “Sì”, “Da molto”. È un dialogo tratto da “Film Blu” del regista Krzysztof Kieslowski, autore anche di “Film Bianco” e di “Film Rosso”, una trilogia ispirata ai tre colori della bandiera francese. Oggi non solo i film possono cambiare i colori ma anche gli oggetti. I ricercatori del laboratorio di Computer Science and Artificial Intelligence del MIT hanno sviluppato un metodo per cambiare il colore di un oggetto stampato in 3D, dopo che l'oggetto è stato stampato. Il processo prende il nome di Color-Fab e verrà presentato alla prossima conferenza ACM CHI sui fattori umani nei sistemi informatici che si terrà a Montreal ad aprile. Intanto, quello che sappiamo, è che potremmo decidere il colore di una sedia dopo averlo pagato in negozio ed essere tornati a casa, ed esserci seduti, e aver notato che quel colore della sedia non si abbina con i pantaloni che indossiamo. E quindi, decidiamo di cambiare sedia senza tornare in negozio. Stefanie Mueller, a capo del team al lavoro su Color-Fab, spiega il procedimento: "Usiamo una luce UV per cambiare i pixel di un oggetto da trasparente a colorato, e quindi un normale proiettore da ufficio per trasformarli da colorati a trasparenti”. Alla base del meccanismo ci sono degli inchiostri speciali chiamati fotocromatici, che possono appunto cambiare il loro aspetto a seconda dell’esposizione di luce ultravioletta a cui sono sottoposti. Il colore non sparisce, rimane latente e può essere riattivato modificando la lunghezza d’onda della luce. L’utente, l’uomo insomma con la sedia da abbinare al proprio pantalone, controlla il processo pixel per pixel attraverso un'interfaccia digitale. Il cambio di colore dura circa ventitré minuti. Così, se cambia idea, può in meno di un’ora tornare al colore precedente. Non esistevano inchiostri fotocromatici stampabili in 3D, così i ricercatori del MIT ne hanno creato uno. L’inchiostro è composto da tre parti: una tinta base, un foto-iniziatore e una serie di tinture adattabili alla luce o “fotocromatiche". Stefanie Mueller immagina i possibili utilizzi della tecnologia Color-Fab: “I negozi potrebbero ricolorare un articolo di abbigliamento o un accessorio in modo che un acquirente possa vedere già sul posto la differenza. Oppure le affissioni pubblicitarie potrebbero essere modificate e regolate in base agli spettri cromatici degli spazi in cui sono installate”. L’intento è anche di evitare gli sprechi, perché no, anche di colore oltre che di oggetti. Così, ad esempio, i braccialetti invenduti di un certo colore non rimangono invenduti perché questo viene modificato a seconda delle preferenze del mercato. Oppure durante una cena, un servizio di piatti può assumere la tonalità del cibo che viene servito. L’ambizione del MIT è estendere questa proprietà cangiante anche a materiali diversi dalla plastica e di accorciare i tempi tecnici di ventitré minuti a cambio colore usando una luce più potente o aggiungendo un tipo di inchiostro più adattabile alla luce. Come dire, la visione di un mercato camaleontico capace di assecondare i diversi gusti di una stessa persona. Come scrive l’art director Riccardo Falcinelli nel suo ultimo libro “Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo” (Einaudi): “Nella società attuale, dunque, il colore non e` solo una sensazione ne´ un mero attributo delle cose. Il colore è spesso un’idea o un’aspettativa”. Poi, continua dicendo: “Ovvero certe tinte diventano tutt’uno con gli oggetti che le indossano al punto che è difficile pensarli altrimenti”. Porta l’esempio della prima matita dipinta di giallo per ricoprire le imperfezioni del legno grezzo, risale al 1893 e quella verniciatura ha attraversato le epoche e i gusti. Esistono matite nere, matite verdi, ma la matita è gialla. Almeno fino a quando non entrerà nel mercato la tecnologia Color-Fab. E per questo, pare, ci voglia ancora un po’ di tempo. Intanto dunque è bene essere molto, molto convinti del colore di quella sedia.