di Vanna Carlucci

Partendo dalla suo significato etimologico, il termine robot deriva dal nome proprio ceco robot, derivato. Da robota, ‘lavoro forzato’, attribuito dal drammaturgo k. Capek agli automi che lavorano come operai nel suo dramma r.u.r. (1921). Un robot è una macchina automatica capace di svolgere, con opportuni comandi, alcune funzioni o attività proprie dell’uomo; questa definizione oggi risulta essere un po' fuorviante, in quanto pare voglia esprimere ciò che l’uomo dovrà aspettarsi in un futuro molto prossimo: la sua completa sostituzione con un corpo meccanico. In realtà non si può negare che, ancora una volta, nel campo della scienza si è fatto un ulteriore passo in avanti e, ancora una volta, la messa in questione e in relazione riguarda sempre di più il reale contributo che certi automi meccanici hanno dato nella vita dell’uomo. L’informazione ci propone ogni giorno esempi che riguardano il miglioramento delle condizioni di vita di un essere umano grazie all’apporto di supporti meccanici: il caso esemplare è quello della campionessa di scherma, due medaglie alle ultime Paralimpiadi, Bebe Vio. Colpita da meningite fulminante, la malattia degenerò in una vasta infezione che rese necessaria l’amputazione di tutti e quattro gli arti. L’utilizzo di protesi per gambe e braccia le ha permesso di migliorare le propri prospettive di vita e perciò di continuare a credere nel sogno. Lo sguardo allora fa un balzo in avanti e, proiettato nel futuro, entra in un’ottica nuova in cui l’utilizzo di robot riabilitativi fa sì che essi diventino non un corpo estraneo al corpo umano, bensì un corpo nel corpo, la possibilità di una rinascita.

Da molti anni ormai sono in uso esoscheletri robotici: si tratta di apparecchi cibernetici che fungono da veri e propri robot indossabili, che consentono di ridare una certa mobilità agli arti come una vera e propria muscolatura artificiale. Secondo alcuni studi recenti da parte di un gruppo di scienziati guidati dall’italiano Paolo Bonato, professore associato presso il Dipartimento di Medicina Fisica e Riabilitazione e professore a contratto di Ingegneria Biomedica presso l'Istituto MGH alla Harvard Medical School, la cura riabilitativa attraverso l’uso della robotica è strettamente connessa anche al funzionamento del sistema nervoso centrale. Il sistema nervoso infatti regola la stabilità nonché la capacità del corpo di stare in equilibrio e certi traumi fisici (la mancanza degli arti) destabilizzano tutto l’apparato neuronale. Basti pensare, ad esempio, a quanta fisioterapia e sforzo fisico è necessario per quei pazienti adulti colpiti da ictus o con lesioni cerebrali traumatiche. Non bisogna dimenticare infatti che noi ci muoviamo perché è il cervello a deciderlo, inviando segnali bioelettrici ai muscoli, ed è sempre grazie al sistema nervoso centrale che il corpo riesce poi, col tempo, ad adattarsi a nuove forze esterne in caso di incidenti.

Le nuove ricerche sulla robotica, perciò, devono svilupparsi a partire da questo problema: alcuni di questi apparecchi cibernetici possiedono dei rilevatori di impulsi elettrici che ricevono e registrano gli impulsi neuronali del paziente. Naturalmente si tratta di studi in fase di perfezionamento, ma secondo il biologo cellulare americano e bioingegnere Donald Ingber (direttore fondatore dell'Istituto Wyss for Biologically Inspired Engineering all'Harvard University), è importante guardare alle diverse modalità di approccio che questi robot hanno verso l’immensa complessità del nostro corpo umano, per una conoscenza che possa abbattere i limiti e per un miglioramento totale della qualità di vita del paziente. Diventare invulnerabili, toccare e magari superare certi confini che un tempo erano pura fantascienza, questo sarà il nostro futuro; e allora, non si può che ritornare alla riflessione iniziale: si arriverà a una completa sostituzione con un corpo meccanico? Tutto è possibile, in fondo: anche diventare, come dice Bebe Vio, “50 e 50, mezza donna e mezzo robot”.