di Valerio Millefoglie

 

Sottoterra c’è vita. Quella degli alberi. Le estremità delle radici si collegano tramite filamenti fungini, creando così una rete simbiotica tra alberi e funghi che funziona proprio come via di comunicazione. Gli alberi che si ritrovano in zone ombreggiate, lontani quindi dalla luce del sole, sopravvivono perché gli alberi più grandi pompano zucchero nelle loro radici. C’è chi per raccontare questa rete sotterranea della sopravvivenza, e farla conoscere a un pubblico più vasto degli studiosi, utilizza termini legati più alle emozioni che alla scienza. “Gli alberi madre allattano i propri piccoli”, dice Peter Wohlleben, cinquantatré anni, un passato da guardia forestale di un piccolo villaggio chiamato Hümmel, nella parte sud-occidentale della Germania. Il suo ultimo libro, che sta facendo discutere la comunità scientifica e l’opinione pubblica, ha venduto più di 800.000 copie e si intitola: “La vita segreta degli alberi”. Nella copertina dell’edizione italiana, pubblicata da Macro Edizioni, il sottotitolo anticipa i contenuti: “Cosa mangiano, quando dormono e parlano, come si riproducono, perché si ammalano e come guariscono”. Secondo l’autore, due faggi che crescono accanto sono “Due vecchi amici, molto premurosi nel condividere la luce del sole. In casi come questo, quando muore uno, l’altro muore poco dopo, perché sono letteralmente dipendenti”. L’aneddotica vegetale di Whohlleben comprende storie che arrivano da lontano, dall’Africa sub-sahariana, con protagonisti alberi di acacie le cui foglie, quando vengono addentate dalle giraffe, emettono un segnale di pericolo sotto forma di gas etilene. E sono storie che arrivano anche da lontano nel tempo, come quando racconta della volta in cui ha scoperto che un moncone di un albero di faggio abbattuto 400 anni fa, sotto la superficie era ancora rigoglioso, vivo e vegeto, diremmo. I faggi intorno lo alimentavano trasferendogli zuccheri. "Quando i faggi si comportano così mi ricordano gli elefanti", spiega, "Sono riluttanti ad abbandonare i loro morti, specialmente quando è una matriarca grande, vecchia e venerata”.

Al di là di questo lessico antropomorfe, gli scienziati stanno iniziando ora a decifrare il linguaggio delle piante; e stanno scoprendo che gli alberi inviano diversi segnali: elettrici, chimici, ormonali. Edward Farmer dell’Università di Losanna, in Svizzera, ha ad esempio individuato un sistema di segnalazione simile al sistema nervoso animale, specificando però che le piante non hanno neuroni o cervello. Monica Gagliano, della University of Western Australia, ha raccolto prove che testimoniano come alcune piante possano emettere e rilevare suoni, ad esempio sono in grado di produrre un rumore scoppiettante nelle radici a una frequenza di 220 Hertz, non udibile per l’uomo. Un altro studio, questa volta condotto dall’Università di Lipsia in collaborazione con il Centro tedesco per la ricerca sulle biodiversità, mostra che gli alberi conoscono il sapore della saliva di un cervo. Quando l’animale morde un ramo, l’albero si difende chimicamente, trasferendo alle sue foglie un sapore cattivo. Inoltre, pare riconoscere quando ad attaccare le sue estremità è la mano di un uomo, che ad esempio spezza un ramo. In questo caso, l’albero introduce una difesa “immunitaria”, trasferendo sostanze in grado di rimarginare quella che è una vera e propria ferita. C’è chi spiega queste dinamiche in modo meno poetico, come Stephen Woodward, botanico dell'Università di Aberdeen in Scozia. “Gli alberi emettono sostanze chimiche di pericolo ma non vi è alcuna intenzione di lanciare segnali di avvertimento agli altri alberi circostanti”. C’è un’altra cosa molto interessante in tutta questa storia e riguarda Peter Wohlleben. In passato era l’uomo con l’accetta. Gli abitanti del suo villaggio natale gli avevano commissionato l’abbattimento di una serie di alberi per ricavarne legname da mettere in vendita. Dopo una serie di riflessioni, e dopo aver iniziato a interessarsi appunto alle radici delle vite degli alberi, andò dai suoi committenti e li convinse a trasformare la foresta in una riserva naturale. Da allora è diventato il direttore della vecchia foresta di faggi. L’uomo che, in una delle tante foto pubblicate sulla stampa, indossa una giacca verde e si mimetizza fra gli alberi come l’artista cinese Liu Bolin. Allo stesso modo Peter Wohlleben prende le sembianze del paesaggio in cui è ritratto, immedesimandosi al punto di trasformarsi in un albero.