di Chiara Calpini

 

Non c’è probabilmente una moria nel mondo animale che ci inquieta più di quella delle api. Fatichiamo a credere che questi umili insetti, con un’organizzazione gerarchica che ci affascina, e capaci di compiere un lavoro essenziale per la sopravvivenza dell’ecosistema in cui siamo immersi, rischino di estinguersi. Si chiama sindrome dello spopolamento degli alveari, colony collapse disorder (Ccd), ed è un fenomeno ormai noto che colpisce da almeno dieci anni a questa parte le api operaie e altre specie di insetti impollinatori in tutto il mondo. Molti i colpevoli, soprattutto i pesticidi ma anche lo sviluppo crescente delle monocolture in agricoltura, che lasciano fuori piante e fiori selvatici: il maggiore nutrimento delle api. Secondo le stime di un recente report delle Nazioni Unite, dall’impollinazione animale dipende fra il 5 e l’8% della produzione agricola mondiale. Nella provincia cinese di Sichuan non ci sono più api e gli agricoltori impollinano a mano i frutteti di pere che caratterizzano la zona.; Senza arrivare a queste soluzioni estreme ci deve pur essere qualcosa che possiamo fare in alternativa.

Questo aveva in mente Michael Candy, un giovane artista australiano di base a Brisbane, quando ha creato dei leggiadri fiori robotici che si ispirano alle corolle giallo vivo della colza e che fungono da impollinatori sintetici. L’impollinatore è un robot in grado di impollinare artificialmente le api, integrandosi nella flora locale e ricostruendone il ciclo riproduttivo, Candy nei suoi lavori sperimenta con continuità il rapporto paradossale tra la tecnologia e la natura al fine di far riflettere sui temi della sostenibilità e dell’ecologia. Inizialmente, il suo progetto prevedeva un network di fiori sintetici che avrebbe permesso agli scienziati di monitorare i movimenti delle api attraverso un sistema di videocamere.; Con questo strumento non invasivo sarebbe stato possibile, secondo il suo ideatore, raccogliere una grande quantità di dati. L’idea è arrivata in finale al premio Bio Art and Design nei Paesi Bassi ma, non essendo stata poi finanziata, si è evoluta nel robot dai petali gialli. 

Realizzare un impollinatore non è uno scherzo. Le api sono navigatrici intelligenti e molto abili, dotate di sensori estremamente sensibili, ed è difficile ingannarle. Ovviamente il colore e la forma sono estremamente importanti. Candy nel passato ha sviluppato numerosi prototipi, collaborando con il Resource Ecology Group dell’Università di Wageningen in Olanda per approfondire i meccanismi dell’impollinazione artificiale, e con alcuni apicoltori urbani della zona di Melbourne per l’ottimizzazione del prototipo che è stato infine sponsorizzato dallo Shepparton Art Museum. I fiori sono realizzati in vari materiali e attraverso diversi processi: alcune parti sono stampate in 3D mentre altre sono lavorate a mano in alluminio e rame. Il robot è fornito di polline e di nettare che una serie di servomeccanismi e attuatori distribuiscono sulla superficie del fiore. 

Il prototipo funziona alla perfezione. Dotato di telecamere esterne svetta e si confonde in un campo di colza, oltre ad essere sorprendentemente bello. Le api si ingannano, atterrano sul fiore robotico credendolo vero e semplicemente raccolgono il polline offerto, spargendolo poi sui fiori naturali durante il volo. Proprio per questo la creazione di Candy potrebbe essere utilizzata per salvare alcune rare orchidee dall’estinzione.; Un’orchidea automatizzata che rilascia polline può infatti aumentare la possibilità che le api lo raccolgano per poi impollinare le orchidee naturali.  O ancora, in un futuro, quando le coltivazioni geneticamente modificate non saranno più in grado di produrre polline ma solo di riceverlo, l’impollinatore artificiale potrebbe entrare in gioco per riattivare il loro ciclo riproduttivo. 

Ma il progetto di Candy è anche e soprattutto un intervento concettuale che vuole spingerci a rivedere il nostro rapporto con la natura. L’impollinatore sintetico interviene nel sistema ecologico del mondo reale con la sua dote cibernetica, per riparare il danno procurato dall’uomo. E forse il nostro futuro sarà come lo immaginava, già negli anni 60,  lo scrittore beat Richard Brautigan nella poesia Sorvegliati da macchine di amorevole grazia: “Mi piace pensare/(prima arriva, meglio è!)/ad un prato cibernetico/dove mammiferi e computer/vivono insieme in una reciproca armonia di programmazione/come l’acqua cristallina che tocca il cielo pulito”.