di Valerio Millefoglie

 

Una foto color seppia è attraversata da pieghe che rovinano l’immagine di una coppia afro-americana negli anni ‘30. Scorrono sulla giacca di lui, sulla pelliccia di lei, sopra i capelli e attorno agli occhi; nonostante il tempo l’immagine resiste. Sono Henrietta Lacks e suo marito, nonché cugino, David Lacks. Hanno avuto il primo figlio a quattordici anni, si sono sposati all’età di venti. A trent’anni a Henrietta le viene diagnosticato un tumore alla cervice uterina e muore in un ospedale di Baltimora. Qualcosa continua a resistere: le sue cellule. I medici si accorgono che, al contrario dei campioni di tessuti prelevati da altri pazienti e che una volta rimossi si estinguono rapidamente, le cellule di Henrietta continuano a riprodursi: per settimane, per mesi, per anni, ancora oggi. All’epoca vennero soprannominate le cellule HeLa, dalle iniziali della loro inconsapevole donatrice. Diventarono così la base per la ricerca biomedica su malattie come l’HIV, l’ebola, la poliomielite, il Parkinson. Mentre la comunità scientifica mondiale, e le case farmaceutiche, apprendevano tutto ciò, il marito e i cinque figli di Henrietta Lacks ne erano all’oscuro. Solo nel 1975, il cognato di un amico di famiglia ne viene a conoscenza tramite alcuni colleghi del National Cancer Institute nel quale aveva studiato. Nel 2010 la storia viene raccontata dalla giornalista Rebecca Skloot. “La vita immortale di Henrietta Lacks” è il titolo del libro, che rimane nella classifica dei best-seller del New York Times per oltre due anni. In Italia è pubblicato da Adelphi, nel risvolto di copertina si legge: “Un libro appassionante che ci conduce da un reparto riservato ai neri del Johns Hopkins Hospital agli abbacinanti laboratori dove i congelatori custodiscono le cellule HeLa, dalle baracche di Clover, villaggio popolato di schiavi e guaritori, alla Baltimora di oggi. E che ci pone domande ineludibili, sulla vita e sulla morte: chi dispone del materiale biologico di cui siamo fatti? chi custodisce la memoria di ciò che siamo stati? E che cosa sono la vita e la morte per certe cellule?”. Le domande di Deborah, una delle figlie di Henrietta, non sono le domande della vita ma di una vita, quella della madre. Nel raccontarsi all’autrice del libro dice: “Hanno fatto esplodere le sue cellule nelle bombe nucleari, ci hanno prodotto varie cose, miracoli della medicina. Sa cosa vorrei sapere? Per esempio che profumo aveva mia madre. È tutta la vita che non so niente di lei, nemmeno le piccole cose di tutti i giorni”. Sempre leggendo il libro scopriamo che Henrietta “Sapeva tutto sul raccolto del tabacco, sapeva macellare il maiale, ma termini come cervice e biopsia non aveva idea da dove venissero. Leggeva e scriveva a malapena. Nel 2017 a interpretare Deborah, la figlia di Henrietta alla ricerca di informazioni sulla storia della madre, è Oprah Winfrey in un film prodotto dalla HBO. L’attrice e conduttrice televisiva ha dichiarato: “Ho vissuto e lavorato a Baltimora come giovane reporter per otto anni, e mai in tutti quegli anni, frequentando ogni singola domenica la chiesa, stando all’interno della comunità, mai una volta ho sentito il nome di Henrietta Lacks. Così quando ho letto il libro ho pensato “Se non conosco questa storia, sono sicura che ci siano molte altre persone che non la conoscono”. Poi ricollegandosi al pensiero della sociologa Dorothy Roberts dice: “Nel 1951, tutte le persone che hanno beneficiato di quelle cellule non sapevano che si trattava di cellule di una donna di colore”. Sappiamo che ancora oggi, mentre le cellule di Henrietta continuano a riprodursi in vitro, molti membri della sua famiglia sono ancora senza assicurazione medica. Da novembre di quest’anno, alla National Protrait Gallery di Washington, fra i ritratti di Barack Obama e di altri volti noti, c’è anche quello di Henrietta. Il dipinto è stato realizzato da Kadir Nelson. Il medico che prelevò i campioni di tessuto cancerogeno scrisse che i tumori di Henrietta sembravano perle che inchiodavano l’interno del suo corpo, così nel ritratto indossa perle. Al cappotto mancano alcuni bottoni, secondo l’artista simboleggiano le cellule rimosse, andate altrove. "Qui si trova Henrietta Lacks – c’è scritto sulla sua lapide – Le sue cellule immortali continueranno ad aiutare l'umanità per sempre”.