di Caterina Vasaturo

Vi sarà di certo capitato, almeno una volta nella vita, di provare una strana sensazione nelle fasi immediatamente precedenti all’addormentamento o al risveglio: ritrovarsi fuori dal proprio corpo, per poi precipitare dall’alto e cadere bruscamente. Ebbene, questa particolare percezione è definita OBE, dall'inglese Out of Body Experience, ed è diversamente interpretata. La maggior parte degli studi proviene dal mondo della neuroscienza e della parapsicologia, due universi diametralmente opposti, da cui deriva la classificazione delle tipologie spontanee e indotte. La prima include le dimensioni del sonno non ancora profondo, interrotto da un rumore o da stress e tensione, quella dello sforzo fisico e dell’esercizio estremo, le visioni della ‘luce alla fine del tunnel’ (tipiche di chi ha sfiorato la morte), gli incidenti pericolosi, la meditazione, l’anestesia e l’ipnosi. Più allettante, da un punto di vista scientifico, appare, invece, la seconda categoria, relativa alla sperimentazione extracorporea indotta o da farmaci e allucinogeni (DMT, MDA, LSD e ketamina) o dalla deprivazione sensoriale (si pensi alla cosiddetta ‘tortura bianca’, che non lascia ferite fisiche, bensì piscologiche) o ancora dalla forza G, quella della gravità, che causa nei piloti e astronauti una momentanea perdita di coscienza (il disorientamento spaziale o break-off ad alta quota). Probabilmente, l’aspetto più controverso dell’OBE è la percezione veridica, la convinzione del soggetto di essere letteralmente in grado di galleggiare fuori dal proprio corpo e di testimoniare un evento che non avrebbe potuto vedere altrimenti. L’esempio più noto è il caso della cantautrice Pam Reynolds, sottoposta a un’operazione di chirurgia altamente invasiva, per la rimozione di un tumore al cervello. Al termine dell’intervento la paziente ha raccontato di essere fluttuata fuori dalla sala, abbagliata da una fortissima illuminazione. Era clinicamente morta. L’impressione di cadere da un’altezza vertiginosa è avvertita anche dagli epilettici durante la stimolazione transcranica a corrente diretta, tecnica non invasiva con cui si mettono in moto determinate aree cerebrali. Secondo la neuroscienza, gli OBE sono dovuti al mancato inserimento delle informazioni multisensoriali nella giunzione temporo-parietale (TPJ), che convoglia dati visivi, uditivi ed endogeni, provenienti, cioè, dall’interno del corpo. Se lesionata, questa regione può compromettere la capacità decisionale dell’individuo, provocando l’illusione extracorporea. Perché l’OBE si manifesti anche nelle persone sane è ancora un mistero. Tutti siamo abituati a vederci dall’esterno, grazie a foto e specchi riflettenti. Ma la questione è differente. In questa esperienza (paranormale?) è attaccato il senso che ognuno ha di sé. Ci si sente eterei, si percepisce la propria natura transitoria. Il cervello, per alcuni, s’impegna a nascondere la verità, a presentare le sensazioni extracorporee come una realtà fugace, frutto dell’immaginazione, e spinge l’uomo a considerarsi un’entità solida e singola. L’OBE svela, invece, un nuovo Io, dimostrando che, dopotutto, siamo poco più di un’abile proiezione neurologica. Lo spirito scatta liberamente verso l’alto, mentre il guscio fisico è lasciato solitario sulla terraferma, collegato solo da un cavo fragile e argenteo. C’è chi crede che questa sia una prova dell’esistenza dell’anima, della sua sopravvivenza alla morte, e chi, al contrario, si affanna a spiegare il fenomeno razionalmente. Il tema, popolare sin dal Romanticismo e ampiamente discusso anche dai primi ricercatori psichici, continua ad affascinare l’umanità da secoli, alimentando il folklore, le credenze spirituali e i racconti mitologici.