di Caterina Filippini

Ponzi vanta collaborazioni e lavori con illustri testate e clienti italiani e internazionali, come il New York Times, Le Monde, The New Yorker, Penguin Books, La Repubblica, Feltrinelli, Lavazza, Mondadori, Triennale Design Museum e molti altri.

Dove lavori?

In uno studio molto grande, quando la gente ci entra sente l'aura di uno posto dove c'è un grande presidente, la sedia più bella con questo grande fondale che sembra una quinta teatrale. E qui cosa c’è, c’è un tavolo, tutto il mio lavoro che è un lavoro spartano… un tavolo di legno, una tavoletta grafica, qualche libro e tutto quello che succede, succede su quella sedia.

Tu non fai mai schizzi?

Faccio anche schizzi, schizzi a matita per l’esigenza di uscire da questo mondo digitale; per chi non lo sa il mio lavoro è in digitale ormai da veramente tantissimo tempo e alle volte ho l’esigenza di vedere che quello che faccio ha una forma vera, nel senso che ci si sporca le mani. Per ricordarmi che non è solamente un atto asettico, non solo mezzo tecnologico. Anche se il mezzo tecnologico è un mezzo fantastico e se non avessi avuto il mezzo tecnologico e fossi nato nel 1930 probabilmente avrei fatto lo spazza camini, lo strillone di giornali o un altro mestiere.

Se non ci fosse stato l’avanzamento tecnologico tu non avresti fatto l’illustratore?

Probabilmente no, perché avevo due sogni incredibili: uno l’agente immobiliare, l’altro il pescivendolo. Proprio per questa voglia di toccare con le mani. Quindi cosa succede qui nello studio, la mia ambizione più grande, quella di sempre, è di disegnare non come mezzo per arrivare da qualche parte ma come fine, quindi è proprio una visione ciclica della vita. Io disegno perché disegnare, su commissione anche, mi dà il senso altro della vita quotidiana e mi porta da una parte dove non sarei, mi porta ad alzarmi per un compito. È un compito meraviglioso, è un grande atto di responsabilità nei confronti di se stessi ma anche una grande tensione verso obiettivi che non si sono ancora raggiunti. Non è un mezzo, è il fine, e tra me e quel fine c’è il continuare in maniera ciclica a disegnare, e mentre succedono tante cose arrivano dei lavori, alle volte sempre più grandi, arrivano delle gratificazioni economiche. Arriva la capacità di capire che quello che fai ha un valore diverso che non si può monetizzare.

L’utilizzo della macchina fotografica, che tu fai per realizzare soprattutto dei disegni di tipo realistico – ad esempio nei tuoi disegni c’è spesso un elemento di tipo urbano – è una pratica che utilizzi o è una cosa così, che fai delle foto e poi…?

E’ una pratica, perché quello che puoi vedere nella realtà è una grande fonte di ispirazione, perché un palazzo crollato, la luce che riflette sull’Empire State Building alle 4 di mattina non è la stessa delle otto, o la stessa che si ha da un'angolazione diversa. Quindi la fotografia è una grande fonte di ispirazione.

Ma ci disegni sopra?

No, guardo tante references e da lì creo una sintesi. Alle volte chiudo anche, mi riempio gli occhi di quello che ho visto e poi chiudo per poi avere un processo di gestione. Una certa allure che aveva la fotografia è finita quando è cominciata l’era del digitale, questo è successo con la grafica, con la fotografia e adesso con l’illustrazione. Il mezzo, quindi il software, è così accessibile che siamo, sono tutti quanti in grado di creare dei disegni, dare colori e magari postarli su Instagram; quello che discrimina una professione da quello che non lo è viene dato dall'educazione.