di Riccardo Meggiato

 

Si parte da un principio molto semplice e diffuso: i nostri volti sono perfettamente riconoscibili dai software. I nostri volti, cioè, possono essere ricondotti a una lunga serie di parametri biometrici che, funzionando da “firma”, sono in grado di contraddistinguerli in modo univoco. Così, poi, basta un obiettivo e un’app per fare il processo inverso: leggere queste informazioni e identificarci.

La tecnologia è piuttosto recente e viene utilizzata da smartphone e anche social network. Basti pensare a Facebook e il “tag” delle facce degli amici presenti in uno scatto. Qualche tempo fa, Peter Christensen, un ricercatore dello Smithsonian, si accorse che iPhoto, l’app del suo iPhone deputata anche al riconoscimento dei volti, si comportava in modo alquanto bizzarro. Chiamata a riconoscere il volto di un amico di Peter, lo identificava non come lui, in carne e ossa, ma con La Grande Moschea di Cordoba. Proprio così: un volto umano veniva identificato come un edificio storico. Era chiaramente un errore, ma Christensen decise di vederci più chiaro. Di capire la sua origine. La facciata della Moschea, in effetti, poteva ricordare taglio e colore di capelli dell’amico. Lo spazio tra due archi Visigoti, invece, era simile a quello tra l’attaccatura dei capelli e il margine della fronte. Tutto divenne chiaro quando Peter si accorse, infine, che gli archi a forma di cuspide Moresca, con quelle loro pietre, ricordavano in effetti occhi e naso di Mike, il nome fittizio dato all’amico.

A Christensen, ora più che mai, era chiara una cosa: iPhoto aveva preso un abbaglio ma, a guardare bene, Mike e la Grande Moschea di Cordoba si somigliavano davvero. Soprattutto, ragionandoci, era evidente che gli algoritmi che muovevano l’app potevano sfruttare in modo favorevole questo “svarione” tecnologico. Questa, infatti, era la dimostrazione che il riconoscimento basato su dati biometrici poteva essere applicato non solo ai volti ma anche all’architettura. Da qui il ricercatore si è inventato la “biometria architetturale”. Ossia una disciplina che stabilisce dei parametri comuni alle strutture architettoniche, e secondo i quali è possibile distinguerle.

Fantascienza? In realtà no, e il motivo è storico. Si prenda come esempio il 19° secolo. Un periodo di forte espansione delle tratte ferroviarie, tanto che si rese necessario costruire stazioni. Decine, centinaia di edifici che, nelle intenzioni degli architetti, dovevano essere uguali. Tuttavia, viste le grandi distanze che potevano esserci tra un edificio e un altro, vi erano forti problemi di comunicazione che, di fatto, portavano i progetti originari a subire interpretazioni e variazioni. A ciò aggiungiamo che, vista l’estensione del territorio, operai e architetti coinvolti parlavano lingue molto diverse, dando luogo ad altre incomprensioni sul da farsi. Il risultato? Edifici che dovevano essere uguali si rivelavano, in realtà, abbastanza diversi, benché riconducibili a una matrice comune e caratterizzati da molti parametri.

Partendo da questo presupposto, Christensen e il suo team di ricerca hanno utilizzato uno scanner al laser per effettuare precisi rilievi di questi edifici, in modo da evidenziarne i tratti similari e, al contempo, le influenze che li diversificavano.

In buona sostanza, grazie a questo espediente, è stato possibile risalire addirittura ai costruttori comuni di alcune stazioni, arrivando alla conclusione che, alla pari di una scultura o un dipinto, anche la costruzione di un edificio, alla fine, è influenzata da una singola persona.

Così, mentre Christensen e colleghi ora puntano a replicare l’esperienza su costruzioni Paleoindiane, si interrogano su come diffondere la tecnologia. Benché, infatti, uno scanner 3D al laser sia un apparecchio costoso e difficile da utilizzare, esistono funzioni similari, più semplici ed economiche, fruibili anche con un comune smartphone. Da questo lavoro, dunque, potrebbe nascere una sorta di “Shazam degli edifici”, pronto a riconoscerli sulla base di una singola foto.