di Valerio Millefoglie

 

Venerdì 13 settembre 1996 indossavo le cuffie di un walkman quando a bordo di un tram a Milano, appresi dalla radio che il rapper Tupac Shakur era morto a seguito di un agguato a Las Vegas. Giovedì 25 giugno 2009 salivo su un taxi, sempre a Milano, pioveva molto e il suono delle gocce sul parabrezza era una presenza forte insieme a quello della radio nell’autovettura. La prima cosa che ascoltai dopo la voce del tassista fu, anche in quel caso, la notizia di una morte: Michael Jackson era stato ritrovato in fin di vita nel suo ranch di Neverland Valley. In entrambi i casi i mezzi sui quali viaggiavo sembravano dirmi che non ci si poteva fermare, e in entrambi i casi ricordo che mi soffermai come se quelle due persone le conoscessi bene. Ero cresciuto ascoltando i Jackson Five, il guanto bianco di Billie Jean l’avevo immaginato mille volte nella mia mano, e avevo scoperto l’uso portentoso della parola che abbatteva i ritornelli nella musica rap e dava la possibilità di dire tutto. In un certo senso scompariva una parte della mia formazione musicale, anche se la musica rimaneva. Questo preambolo ombelicale, mi si perdonerà, credo abbia alla base lo stesso sentimento provato da tanti spettatori e fan presenti al festival Coachella dell’edizione del 2012, quando hanno visto salire sul palco Tupack Shakur, e al Billboard Music Award del 2014, quando un sipario ha svelato Michael Jackson seduto su un trono, pronto a cantare “Slave to the Rythm”, un brano uscito postumo come quella sua esibizione. Facciamo un salto indietro nel tempo, a una pubblicazione datata 1584 del filosofo e alchimista napoletano Giovan Battista Della Porta, inventore fra l’altro della camera oscura, e intitolata “Come possiamo vedere in una camera cose che non ci sono”. L’autore descrive una tecnica illusoria per permettere di materializzare davanti allo spettatore cose dall’altro mondo. La tecnica viene realizzata e diventa popolare solo nell’800 grazie a John Popper, direttore del Politecnico Reale di Londra. L’effetto viene così soprannominato il fantasma di Popper: una figura, nascosta in una stanza oscurata, si riflette grazie a giochi di illuminazione su una lastra di vetro posta sul palco, dando così l’impressione di materializzarsi in scena. “Il fantasma di Popper era in circolazione da molto tempo”, ha dichiarato a Wired UK John Textor, fondatore di Pulse Evolution, la società che ha fatto sì che Tupac Shakur e Michael Jackson tornassero a esibirsi. “Ciò che ha reso unica la performance al Coachella – ha continuato a raccontare Textor – è stato quando Tupac si è rivolto alla platea. Quel momento ha fatto capire a tutti che si trattava di qualcosa di diverso. Era un nuovo contenuto, non un vecchio video”. Textor è stato compagno di stanza al college del regista Michael Bay, sognava di fare il ballerino, ma ha fatto fortuna negli anni ’90 investendo nei software e ha acquistato così la Digital Domain, la società di effetti visivi di James Cameron nel 2006. Dopo aver vinto con la sua società l’Oscar per i migliori effetti speciali con “Il curioso caso di Benjamin Button” ha riportato Tupac Shakur al microfono. Per ricreare questo essere umano digitale gli artisti visivi catturano infiniti movimenti di controfigure con filmati d’archivio e scansioni 3D dell’artista. Pare che il team al lavoro su Tupac abbia lavorato 24 ore su 24, in una stanza tappezzata di immagini del rapper, riproducendo su schermo i suoi movimenti facciali. Il video ottenuto viene proiettato su uno specchio posto sul palcoscenico, dove si muovono musicisti e ballerini in carne e ossa che aiutano a rendere più reale il tutto. Pulse non è l’unica azienda che cerca di sfruttare questa tecnologia, esiste anche la Hologram USA, che ha proposto una performance di Billie Holiday in realtà aumentata. C’è però chi è scettico sull’efficacia della tecnologia, come Jeff Jampol, che gestisce i diritti di artisti che non ci sono più, da Janis Joplin a Otis Redding. “Il potenziale di un umano digitale è affascinante", afferma. "Ma il fantasma di Popper è quella che considero la più bassa innovazione della tecnologia. Non può interagire con te se non da lontano. È l'equivalente di un nastro VHS usato”. E c’è chi come Robin Williams, che prima di morire ha depositato un atto in cui vieta l’utilizzo della sua immagine in un nuovo film o come ologramma fino al 2039. Non tutti vogliono tornare.