di Riccardo Meggiato

 

Dieci anni fa, nella prestigiosa rivista scientifica Nature Nanotechnology, venne pubblicato uno studio che spiegava come i nanocarrier (se non sapete cosa sono, lo scoprirete fra poco) avrebbero rivoluzionato la cura del cancro. Uno studio sviluppato dallo SPARK Tel Aviv Center Center for Translational Medicine, che fece molto scalpore e diede un’idea di come si sarebbe potuta evolvere la cura di questa malattia nel corso degli anni a venire. Da quel momento, tuttavia, si sono perse un po’ le tracce di questa tecnologia. A un decennio dalla pubblicazione, insomma, occorreva fare il punto e nessuno meglio degli autori originari, i professori Peer e Karp, coadiuvati dalle due new entry Daniel Rosenblum e il dottor Nitin Joshi, potevano farlo. E così ecco la versione aggiornata dello studio, pubblicata questa volta su Nature Communications e foriera di importanti novità.

Partiamo dall’oggetto: i nanocarrier. Si tratta di nanomateriali capaci di trasportare delle sostanze verso obiettivi specifici. In buona sostanza, molecole che trasportano altre molecole verso destinazioni infinitamente piccole. In questo caso, si parla del trasporto di farmaci nelle zone nevralgiche di un tumore. All’epoca dello studio originario si parlava poco più di un’idea, ma nel frattempo sono stati fatti molti passi in avanti. I ricercatori, tuttavia, sostengono che non siamo ancora a buon punto, poiché pochi di questi nanomateriali sono stati approvati per veri e proprio test clinici. Il principale motivo, dettagliato nel documento, è che mancano dei modelli pre-clinici che simulino in modo accurato i tumori umani. Non c’è, insomma, un modello artificiale su cui sperimentare adeguatamente questa nuova tecnologia. Senza contare che la mera selezione dei pazienti da inserire nelle sperimentazioni non è più sufficiente e che serve una metodologia clinica molto più accurata e precisa.

Il professor Peer, in particolare, sostiene che lo studio originale si basava ovviamente sui materiali e le conoscenze dell’epoca, ma lo sviluppo di questo settore consente, oggi, di puntare a previsioni addirittura migliori. “Abbiamo studiato tutte le nanoparticelle con cui penetrare nei tumori”, ha raccontato in un’intervista.

Tuttavia, a fronte degli sforzi dei ricercatori, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato solo 15 nanocarrier, sebbene siano disponibili oltre 40.000 diversi studi che ne propongono molte altri. E poi c’è il problema della malattia vera e propria.

Secondo Peer, infatti, in questi ultimi anni si è scoperto che i tumori sono ancora più complessi di quanto si credeva in precedenza. Non si tratta di una malattia statica, perché un tumore cambia ed evolve di continuo, ha una composizione molto eterogenea e, oltretutto, sviluppa grande resistenza ai farmaci. Da qui la necessità di sperimentare su svariati tipi di cellule tumorali, ma con metodologie che devono rimanere il più semplici possibile e, soprattutto, versatili e applicabili a vari tumori.

Per questo, sostengono i ricercatori, è necessario che anche la FDA e l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) cambino i loro processi di regolamentazione. Devono, cioè, adattarli ai farmaci di nuova generazione, in modo da velocizzarne la sperimentazione. C’è bisogno, in particolare, di sperimentare il più possibile i nanocarrier su essere umani, in modo da beneficiare quanto prima di questa rivoluzionaria tecnologia.

Senza dimenticare l’importanza, come sottolinea Rosenblum, di creare modelli simulativi dei tumori animali, che potrebbero dare una spinta decisa e in tempi brevi a questo tipo di ricerca. L’utilizzo dei nanocarrier, associato alle soluzioni tecnologiche sviluppate negli ultimi anni, quali ultrasuoni e diagnostica avanzata, potrebbero cambiare definitivamente il nostro approccio alla malattia, ma è chiaro che serve un supporto costante da parte di tutti gli attori coinvolti nel settore della ricerca. Un lavoro di gruppo, per scrivere un’altra pagina storica della medicina moderna.