di Riccardo Meggiato

 

Se guardando il cielo stellato avete la sensazione di sentirvi osservati, è probabile che sia vero. Ma difficilmente si tratterà di extraterrestri. Più probabile, invece, che siate nelle mire di uno “SmallSat”, vale a dire un satellite molto piccolo, di quelli che sempre più affolleranno lo spazio da qui in avanti. Nei prossimi dieci anni, infatti, è previsto il lancio di circa 6200 di questi aggeggi, per un costo totale di circa 30,1 miliardi di dollari. Facciamo un rapido calcolo: si parla di circa cinque milioni di dollari a satellite. Tanti? No, se pensiamo che il prezzo di un modello tradizionale è cento volte tanto. Ed ecco spiegato il successo di questi apparecchi, dal peso massimo di 180 kilogrammi, che stanno conquistando lo spazio e di cui, però, non dobbiamo avere paura. Perché sono qui per migliorarci la vita, e non poco.

 

Se tra il 4 e il 9 agosto del 2018 siete dalle parti di Logan, nello Utah, non dovreste perdervi l’Annual Small Satellite Conference, che si tiene ininterrottamente dal 1987. Qui, ogni dodici mesi circa, migliaia tra aziende, ricercatori e studenti fanno il punto sull’evoluzione di questa particolare categoria di satelliti, sviscerando un tema specifico per ogni edizione. Quella dello scorso anno metteva in relazione SmallSat e Big Data e, a vedere le decine e decine di documenti raccolti da scienziati di tutto il mondo, c’è da strabuzzare gli occhi di fronte a piccoli satelliti in grado di ripararsi a configurarsi dandosi una mano tra loro, sistemi di comunicazione super-efficienti basati su questi apparecchi e tecnologie di propulsione create con stampanti 3D che migliorano i progetti in autonomia, sulla base di informazioni ottenute dai voli precedenti. Soprattutto, tonnellate di dati raccolti dalla Terra e pronti per essere analizzati per migliorare ogni aspetto della nostra quotidianità.

Certo, nessuno fa niente per niente. Non a caso il terzo Annual SmallSat Symposium, che si tiene in Silicon Valley a febbraio e punta più sul business di questo settore, vanta sempre il tutto esaurito, ma dopotutto stiamo parlando di dati che toccano ambiti come le previsioni atmosferiche, il traffico, l’inquinamento, le maree, i flussi migratori e molto altro ancora. Questo grazie a migliaia di piccoli occhi elettronici, dotati di ottima vista, capaci di lavorare da soli e in gruppo qualche chilometro sopra le nostre teste.

E le prospettive sono così allettanti che, mentre c’è chi pensa a creare kit fai da te per gli SmallSat del prossimo futuro, con problemi legati alla sicurezza ancora da risolvere (un conto è adottare un cane, un conto un satellite e lanciarlo in aria), qualcun altro ha pensato di produrre o acquistare flotte di questi esserini d’acciaio per dedicarle a ricerche su commissione. Si vuole studiare il tragitto di navi in una data zona per migliorare le rotte della propria flotta? Si desidera avere dati di prima mano sulla formazione di zone di bassa e alta pressione, in modo da creare un servizio di previsioni davvero efficiente? Basta contattare un’azienda come l’americana Spire e appoggiarsi alla sua rete di satelliti. Ne costruisce un paio la settimana, con lanci in orbita a cadenza mensile già programmati per i prossimi diciotto mesi. Un’efficienza tale da aver conquistato la National Oceanic and Atmosferic Administration (NOAA), vale a dire l’agenzia americana che si occupa di monitorare oceani e atmosfera. Quella che negli Stati Uniti, in pratica, ha l’obiettivo di fornire le più dettagliate previsioni meteo. Nel settembre 2016 l’agenzia ha commissionato a Spire un programma pilota per valutare i suoi servizi, per il modico costo di appena un milione di dollari. Un’inezia, se si pensa che NOAA ha una propria rete di 17 satelliti dal costo complessivo di oltre 8 miliardi di dollari. E gli SmallSat di Spire si sono affiancati proprio a questa struttura, arricchendola di dati che altrimenti avrebbero richiesto un investimento fin troppo oneroso. Il test è andato così bene che un secondo programma pilota sarà lanciato proprio nel 2018. Google, nel frattempo, non sta certo a guardare.

L’azienda che per prima ha democratizzato la fotografia satellitare, inizialmente comprò SkyBox Imaging, società specializzata in immagini satellitari scattate proprio da SmallSat. Poi l’ha rinominata Terra Bella, quindi l’ha rivenduta a Planet, da cui adesso il gigante di Mountain View compra – giri e rigiri storici – riprese da satelliti SmallSat, per arricchire di dettagli le proprie mappe e chissà per quali altri progetti top secret. Si vocifera che il vero obiettivo siano le auto automatiche. Di sicuro, c’è il fatto che piccoli ed economici satelliti consentono di dedicare intere flotte ad analisi specifiche e, quindi, più dettagliate. Senza la necessità di dover ammortizzare investimenti di centinaia di milioni di dollari occupando una serie di satelliti tradizionali in troppe attività diverse. E così, un giorno, ci saranno anche piccoli satelliti specializzati nell’osservare chi guarda il cielo, in una notte stellata. E magari osserveranno proprio voi.