di Enrico Pitzianti

Nemmeno per i più grandi stilisti è facile inventare capi che diventino di moda, che abbiano un impatto sull’estetica del nostro tempo. Può succedere per caso? Forse, ma la maggior parte delle volte è una questione di sforzi enormi, ricerca e studio accurato delle estetiche contemporanee insieme a quelle del passato. Trovare la formula per accoppiare lacci degli anni ‘50, toppe anni ottanta, fino ai dettagli tipici di abiti religiosi, alle tinte e ai tessuti dei secoli scorsi. Serve una conoscenza profonda delle influenze per maneggiare tutte queste informazioni, e se è vero che gli stilisti hanno questo talento, è altrettanto vero che l’operazione è lunga e complessa. O almeno lo era, perché ora le intelligenze artificiali potrebbero dare una grossa mano. 

IBM, il colosso informatico statunitense di casa ad Armonk, ha sviluppato Cognitive Prints, uno strumento che potrebbe diventare un vero e proprio supporto di memoria per chi si occupa di moda. Ecco come funziona: il dispositivo scatta una foto dell’abito e inizia una ricerca per abiti simili, compresi colori e grane che potrebbero essere d’ispirazione al lavoro dello stilista. Un enorme lavoro di ricerca di corrispondenze e similitudini. L’analisi è così precisa che l’algoritmo arriva fino a scovare indumenti medievali, tessuti di epoca romana e altre rarità. Può addirittura disegnare da sé dei pattern adatti all’abito in questione basandosi esclusivamente sulle ricerche e sugli input immessi dall’utilizzatore, che a loro volta possono essere di varia natura: immagini di architetture, paesaggi, altri abiti, ambienti marini o tessuti biologici.

Priyanka Agrawal, uno dei ricercatori di IBM Research India che lavora al progetto di Cognitive Prints, dice che per chi deve inventare abiti nuovi il lavoro è sempre più difficile, il rischio di sovrapporsi a ciò che già esiste è sempre più alto ed è per questo che un’intelligenza artificiale del genere potrebbe essere un manna dal cielo per chi si trova costantemente davanti a questo problema creativo. Proprio ispirazioni come quelle provenienti dall’architettura e dalla tecnologia potrebbero cambiare finalmente le carte in tavola e ampliare il panorama d’ispirazione, fornendo a chi disegna abiti (e a chi prova a prevederne l’utilizzo e la ricezione da parte dei consumatori) un aiuto concreto.

La storia di questa IA è cominciata quando IBM ha deciso di collaborare con FIT, il Fashion Institute of Technology di New York. I ricercatori hanno provato ad allenare il programma iniziando con centomila campioni di immagini provenienti da un’intera decade di vincitori di settimane della moda in giro per il mondo. L’IA ha memorizzato e catalogato un’enormità di informazioni e ora può riconoscerle per anno, provenienza, stile e tipologia di capo d’abbigliamento. L’utente si trova davanti a un catalogo immenso, che funziona da aiuto immediato per quanto riguarda gli accostamenti, i match tra stili diversi e il riconoscimento di generi e influenze estetiche.

Si tratta anche di un modo per evitare di copiare, che nelle arti, e in particolare nella moda, è un rischio sempre presente che può portare a cause legali, processi, ma soprattutto danni alla nomea del brand. Gucci, per fare solo uno dei tanti esempi recenti, è stato accusato di copiare dal lavoro di Dapper Dan, e da allora ne è nata addirittura una collaborazione. Uno scontro finito bene, certo, ma la maggior parte di queste contese hanno conclusioni molto diverse.

Ora i ricercatori vorrebbero già implementare Cognitive Prints insegnandogli a disegnare abiti in modo quasi completamente autonomo: l’utente darà alcune istruzioni semplici, come il colore base o la tipologia di abito, e l’algoritmo saprà scegliere tessuto, pattern, abbinamenti e forma degli indumenti. Insomma, l’aiuto per i fashion designer c’è già, ma presto potrebbe esserci un vero e proprio collega elettronico fatto solo di banche dati e skill preimpostate.

Strumenti simili a Cognitive Prints, a dirla tutta, sono già presenti online, come quei servizi che usano le IA su internet per proporre gli outfit più appropriati per l’utente a cui vengono sottoposti: si tratta sempre di capire una necessità ed economizzare cercando di automatizzare il meccanismo. Si parte da un contesto (un abito) e si arriva a formulare ipotesi su chi e come potrebbe utilizzarlo, e quindi, anche, essere interessato ad acquistarlo.

Le grandi case di moda hanno capito che questi meccanismi saranno sempre più rilevanti in futuro, sia nella produzione che nella ricerca della clientela e nella comprensione delle sue esigenze, per questo un brand come Tommy Hilfiger è diventato partner del progetto di IBM e del FIT, con la speranza di arrivare a un grado sufficiente di immagazzinamento di informazioni (immagini e dati sui loro usi, ma anche modi e tempi con cui questi ricevono attenzioni) che permetta di prevedere i trend di moda in tempo reale. Anche Amazon recentemente ha studiato una sua intelligenza artificiale capace di generare un numero enorme di abiti – insomma, più che di futuro, come spesso accade quando si parla di tecnologia, dovremmo riferirci al presente.

Ultima, ma non per importanza, c’è la questione dell’uso di queste Intelligenze artificiali per produrre abiti che siano il più possibile sostenibili dal punto di vista dell’impatto ambientale: la ricerca sui materiali infatti sta subendo un’accelerazione delle stesse proporzioni di quella sulla progettazione abiti. Algoritmi complessi come Cognitive Prints possono aiutare a trovare le soluzioni più ecologiche per ottenere certi tipi di tessuti, ma anche su come combinarli insieme nelle fasi di assemblaggio. Dall’unione di queste due ricerche verrà il mondo della moda di domani e, a volersi sbilanciare un po’, si può già essere ottimisti.