di Enrico Pitzianti

 

C’era una canzone di un bravo rapper italiano che diceva così: “devo avere una casa per andare in giro per il mondo”. Una descrizione perfetta della differenza che passa tra il viaggio e lo spaesamento, tra il piacere e la sofferenza che possiamo provare nel vivere una stessa situazione. Muoversi nel mondo, proprio come muoversi tra idee, stili e modi di vivere, può essere tanto affascinante quanto faticoso. Lo sa bene Do Ho Suh, l’artista nato a Seul ma vissuto in una miriade di città, prima in Asia e poi tra Europa e Stati Uniti. Oggi la sua casa è innanzitutto nella capitale inglese, Londra, ma si ritrova a stare spesso anche a New York e Seul.

Ripensare i posti in cui si è vissuto è un esercizio che definisce il proprio presente: i pavimenti calpestati, i mobili e il loro odore, i tavoli su cui si è mangiato, le sedie su ci si è seduti. La mostra personale di Suh è proprio su questo mix tra ricordi e percezione della propria casa attuale, si chiama "Almost Home" ed è esposta allo Smithsonian American Art Museum.

Nella mostra ci sono sculture in tessuto di tutte le dimensioni, tutte riproduzioni monocromatiche in 3D a grandezza naturale dei muri e degli arredi delle stanze in cui ha vissuto in città come New York, Berlino e Seul. Vedere la mostra è letteralmente come vedere la proiezione dei ricordi dell’artista coreano, i forni a microonde, i ricami sopra i mobili, i muri e i pavimenti toccati in migliaia di ore, in anni di vita. La mostra si visita come si visita una casa, ma una casa composta da elementi di un solo colore che sembrano proiettati nell’aria e nello spazio della galleria.

Il corridoio cambia colore man mano che si procede, prima rosa, poi un verde acceso e poi blu. È stretto, ma sembra spazioso. C'è una scala rossa all'esterno, e poi delle persone che si muovono in fondo, sono dei visitatori. Si possono vedere attraverso le pareti le forme dei mobili, le linee che ne delineano il perimetro e le maniglie degli armadi, tutto sembra essere definito ma etereo, si muove ma rimane stabile. C’è chi, dopo aver visitato la mostra, descrive una maniglia che “pulsa quasi impercettibilmente nella brezza che attraversa quegli spazi” e aggiunge che “ritornando a casa le uniche cose che si comportano in questo modo sono le ragnatele”.

La storia di Suh colpisce perché non è unica, sono in molti a diventare dei nomadi internazionali (volontari, a volte) per via del lavoro che si fa. Anzi, di più, spesso spostarsi per lavoro è un vanto, un piccolo lusso perché si è pagati per viaggiare, ma anche uno status perché simbolicamente questo nomadismo lavorativo è sinonimo di impegni e attenzioni da parte di clienti e aziende, un modo per dire che si è richiesti nel mondo con cui si ha a che fare, qualsiasi esso sia. Forse però il discorso è particolarmente valido per gli artisti contemporanei (un po’ come per i musicisti) perché effettivamente fare la spola tra gallerie, fiere ed eventi internazionali è la prova provata dell’avere successo. Insomma, molti artisti contemporanei di alto livello sono nomadi internazionali, e Suh non fa eccezione. Tra chi gode di questo nomadismo e chi ne soffre il passo è breve, fatto sta che la condizione è comune e in Europa, per rendersene conto, basta pensare alla cosiddetta generazione Erasmus.

La mostra di Suh viene da una lunga serie di documentazioni dei luoghi vissuti, sono quelle piccole manie che ci vengono spontanee per provare a intrappolare i ricordi dei posti e delle persone che riteniamo importanti. Lo stesso identico meccanismo psicologico che ci spinge a fare le foto alle città che visitiamo e a comprare i souvenir in viaggio. Così la mostra è una sorta di enorme souvenir comprensivo di tutti i luoghi vissuti, una proiezione visitabile, addirittura abitabile, della somma di tutti i ricordi.

Suh ci aveva già provato, quando era studente a New York aveva tentato di riprodurre il suo studio con un grande tessuto, ma non aveva funzionato nel trasmettere il peso dell'architettura e nemmeno la leggerezza della memoria. "Avevo bisogno di qualcos’altro per rendere al meglio l’idea di questa evanescenza", ha dichiarato l’artista allo Smithsonian magazine, "ecco il perché di questo tessuto traslucido, sottile e così tanto leggero".

Suh, nato a Seul nel 1962, sapeva che per realizzare la sua opera avrebbe dovuto guardare dritto alla sua infanzia. Sua madre lo ha aiutato a procurarsi il tessuto e a trovare persone che gli insegnassero a cucirlo. "Mia madre ha una vasta conoscenza della cultura e del patrimonio coreani, e conosceva molti artigiani, fondamentalmente anziane signore, che avevano le tecniche per realizzare abiti tradizionali", dice Suh. E aggiunge: "Quelle signore erano quelle che in Corea chiamiamo un “Tesoro nazionale”, perché sono le poche che hanno imparato delle tecniche tradizionali che ormai stanno scomparendo".

Le donne erano state riconosciute dal governo come parte dello sforzo per preservare aspetti della cultura del paese tipicamente coreani. Un progetto nato anche in risposta ai danni provocati dall'occupazione coloniale giapponese del paese, un periodo di 35 anni che si concluse soltanto nel 1945, con la sconfitta delle potenze dell’Asse nella seconda guerra mondiale, (una data convenzionale, perché di fatto il dominio giapponese sulla Corea del Sud finì solo sette anni dopo con la destituzione dell’imperatore). "I giapponesi cercarono sistematicamente di cancellare la cultura coreana", racconta l’artista, e aggiunge i dettagli tipici dell’occupazione coloniale: “ai coreani non era permesso di parlare coreano, impararono il giapponese e dovettero persino cambiare nome in giapponese". La stessa Corea a quei tempi si chiamava Chosen ed era una semplice provincia.

Gli sconvolgimenti non finirono con la guerra. La Corea del Sud stava diventando una nazione moderna e industrializzata, sempre più occidentalizzata, dove il rinnovamento urbano spesso continuava quello che i giapponesi avevano iniziato. Gli edifici storici spesso furono abbattuti. "Oggi a Seoul, il complesso di edifici storici è molto più piccolo di quanto non fosse in passato", dice Suh. Durante lo smantellamento però alcune persone si impegnarono a raccogliere le travi e i pezzi di quegli edifici del casco storico. Tra questi c’era un pittore di mezza età, un signore paziente che si chiamava Seok Suh: era il padre di Suh.

All’inizio degli anni settanta, Seok Suh decise di costruire una copia di una tipica casa studio, a sua volta una copia di uno studio tipico coreano, costruita nel diciannovesimo secolo per rendere omaggio ai sapienti e agli studiosi coreani. Era un simbolo, un modo di esprimere riconoscenza verso gli studiosi del paese. Oggi, quella casa studio, nonostante sia la copia di una copia, è ancora vista come uno dei migliori esempi di architettura coreana, uno di quelli meglio conservati. Quelle travi sono parte di una cultura secolare e da rifiuti pronti per il rogo sono passate a essere delle testimonianze apprezzate e amatissime nella Corea contemporanea.

Ecco da dove viene il lavoro di un artista come Do Ho Suh, da una riflessione storica e architettonica focalizzata sul preservare le tracce e i simboli di ciò che è stato in passato per riuscire, eventualmente, a capire il presente. Certo, nell’ambiente dell’arte contemporanea il discorso sul passato non è sempre amato, è il futuro a farla da padrone perché l’usanza vuole che il passato non stia nelle gallerie, ma nei musei. Eppure la linea temporale è una, unica, come quella dei ricordi. E le opere d’arte come quella di Suh sembrano essere perfette per ricordarcelo.