di Douglas Coupland

Tra la fine del 1980 e l’inizio dell’81 frequentavo il primo anno all’Emily Carr College of Art and design di Vancouver. Non ne potevo più degli anni settanta. Tutto era ricoperto da una patina cupa, e le persone non facevano altro che protestare e criticare. Erano così poco glamour, privi di ambizione, tristi; ma a scuola c’era la new wave, si ascoltava la musica del Blitz, si leggevano Baudrillard e Lacan, e soprattutto nessun hippy. Si guardava avanti. E invece di lamentarsi si produceva – guardo sempre con sospetto chi parla e basta (non sono sospettoso di filosofi, psicoanalisti  e presentatori tv perché scrivono anche libri). Ero un super studente, volevo tutto. Mi occupavo sia di scultura sia di design con un'attenzione particolare alla tipografia. Curavo il giornale scolastico da solo e in studio lavoravo principalmente con il legno. Il Mac e la democratizzazione dei font e del design erano di là da venire, ma si poteva sentire che qualcosa era nell’aria.

Memphis, il movimento italiano di design, è stato l’opposto degli anni settanta, e vederlo fu come ricevere una grazia. Sapevi che nel caso ti fossi trovato a casa di uno dei Duran Duran ci avresti trovato dei mobili Memphis. In più Memphis, con la sua geometria funzionale e la palette binaurale si adattava perfettamente alle mie personali patologie visive. In un certo senso, non so dove tutto ha avuto inizio: fu Memphis a nutrire le mie fissazioni o le ho create spontaneamente? Ad ogni modo, fu di un tempismo perfetto. Tutti videro i prodotti di Memphis come oggetti di design; io li considerai per metà arte e per metà design. Lo penso anche oggi. Col passare del tempo sto vedendo come Memphis viene rivalutato non solo come movimento stilistico, ma come un’entità che ha prodotto arte costosa che ha l'obiettivo di essere anche funzionale. Di fatto, se metti uno dei pezzi di Memphis in una stanza, la domina immediatamente, è l’unica cosa che le persone vedono, è difficile viverci.

Quindi nell’estate del 1981 usai i soldi che guadagnavo facendo l’attacchino e andai all’International Design Conference ad Aspen, che suona caro, ma in realtà mi costò pochissimo. Il tema quell’anno era “L’idea italiana”. Ero stregato. Quando mi laureai, nel 1984, chiesi e ottenni una borsa di studio per iscrivermi all’Istituto Europeo di Design di Milano.

Come scrisse Ettore Sottsass nel primo catalogo di Memphis: “La nostra paura del passato è alle spalle, così come la nostra paura del futuro''.

Io, a quel punto, ero pronto per vivere una parte del mio futuro.