di Michele Masneri

C’è naturalmente The circle, tratto dal romanzo di Dave Eggers, che è appena uscito, quasi in contemporanea con l’inaugurazione del maxi stabilimento anulare di Apple, megaditta un po’ Blade Runner un po’ Fantozzi, che aprirà tra poco a Cupertino.

Silicon Valley intesa come vallata è recente, dunque sta faticosamente recuperando immaginario cinematico, partito negli anni Ottanta quando il silicio comincia a pronunciare il suo nome: nel 1985, nella serie minore degli 007 di Roger Moore, il cattivo episodico Max Zorin (Christopher Walken) vuole distruggere Silicon Valley per ottenere il monopolio mondiale dei chip, con spettacolare lotta tra dirigibile e ponte del Golden Gate. Oggi nella valle imperversa la serie, che si chiama proprio così, Silicon Valley, concentrato di brufolosità nerd, venture capitalist spocchiosi, biliardini e merendine in aziende giocose (alla sceneggiatura partecipano veri startuppari anche celebri, dunque molto seguita dagli addetti ai lavori quaggiù, come lo era Boris dai cinematografari romani).

Pare già di un’altra epoca invece The Social Network di David Fincher (2010), epopea di Marc Zuckerberg, e a sua detta ritratto non somigliante, ma invece assai secondo i detrattori (molti); il claim stesso aveva il disclaimer incorporato: “non puoi avere 500 milioni di amici senza farti qualche nemico”. Il film era poi per molta parte girato ad Harvard, in quanto Zuck è un siliconvallico con vocazione adulta, venne infatti qui per mettere su la sua azienda, lasciando l’augusta università dell’edera, e inserendosi così nel solco del 'dropout', leggenda culturale da queste parti: da Steve Jobs a Peter Thiel, abbandonare l’accademia è considerato il grande brivido trasgressivo, si capisce viste le rette. Portandosi dietro complessi, però, per tutta la vita: Peter Thiel, come un pifferaio magico o Vautrin balzachiano, addirittura ha istituito una borsa di non-studio, 100 mila dollari a chi lascia, per mettere su la propria aziendina.

Intanto un film su Thiel è appena uscito, narra il confronto drammatico con il giornalista Nick Denton, creatore del sito Gawker, il Dagospia americano. Presentato all’ultimo Sundance Festival, il documentario Nobody Speak: Hulk Hogan, Gawker and Trials of a Free Press è il drammone che ha fatto impazzire San Francisco e dintorni. Per la regia di Brian Knappenberger, è la storia d’amore-odio tra Thiel e Nick Denton, ex editore del (fallito) Gawker. La storia è nota a tutti: Thiel, gay un tempo riluttante, fu messo alla berlina anni fa dal sito, giurò vendetta e finalmente la trovò contro l’ex giornalista del Financial Times Denton, che con Gawker aveva fatto fortuna. Thiel aspettò in riva al fiume finché non arrivò il corpo non del reato ma del decotto mito del wrestling, Hulk Hogan, preso di mira pure lui da Gawker, con un video di sporcacciate dello stagionato lottatore. Hogan non aveva soldi per fare causa, Thiel glieli diede, Hogan ottenne un risarcimento da 115 milioni di dollari, Thiel il conseguente fallimento del sito.

Però per capire davvero Silicon Valley va visto soprattutto San Francisco, blockbuster del 1936 sul terremoto di trent’anni prima, che demolì e poi incendiò la città, passata da borgo sconosciuto a epicentro dell’innovazione (di allora) con la corsa all’Oro. E come dice la signora più in vista della città, già lavandaia con una sua startup, all'impresario Clark Gable, “bisogna avere un cuore avventuroso e dinamite nel sangue, per venire a vivere quaggiù”.