di Gianluigi Ricuperati

Quest'estate suonerai a Viva!, nuovo festival curato da c2c. Cosa presenterai li?

Mi occuperò dei panel pomeridiani, ovvero quegli incontri – fondamentalmente a base di idee e chiacchiere – che ruoteranno attorno ai temi specifici del festival, oserei dire ai suoi valori. Come il futuro può incontrare il territorio, e come possiamo noi essere protagonisti in questo senso. In più farò girare un po' di dischi, cercando di non sfigurare rispetto alla bellezza atomica – anzi no, naturalissima – del territorio.

 

Come definiresti la tua pratica musicale?

Artigianale. Anche un gigante come Brian Eno si è sempre considerato un artigiano del suono, per dire. Possiamo lavorare con gli strumenti tecnologici più avanzati, ma il processo è sempre tra il singolo e il risultato da realizzare. Si opera con le mani, e insieme con la testa, proprio come gli artigiani.

 

Chi sono i tuoi eroi musicali?

Ho sempre pensato che beato è colui che non ha bisogno di eroi. Se dovessi indicare una figura iconica che ha tutti i tratti per essere un mio personalissimo eroe, quello sarebbe Joe Strummer dei Clash. Spesso quando non so come si fa mi rivolgo a lui, che è in grado di percorrere una vita in equilibrio fra opposti, fra rabbia e poesia, fra alto e basso, fra popolare e aristocratico. Se superi la patina della becera mitologia, quell'uomo è pieno di contraddizioni, ed è questo che me lo ha sempre reso vicino.

 

Ci sono progetti che non hai ancora realizzato?

Certamente. Il futuro è un progetto tutto da realizzare. Ovviamente sarebbe impossibile parlarne qui nel dettaglio, ma non perché io non voglia dare anticipazioni. Sta proprio nella mia natura, nel mio modo di approcciarmi alla musica e al mondo in generale: se dicessi che ho il desiderio di fare qualcosa ora, non vuol dire che dopodomani questa idea ci sarebbe ancora. Perciò preferisco non mentire, innanzitutto a me stesso. Vedetela se volete come un qualcosa che ha a che fare con la musica, soprattutto quella da club: la musica è un flusso, non si ferma, non la puoi guardare tutta insieme come un quadro, devi starci dentro e seguire il movimento. L'unica realtà è quella che sta succedendo in questo momento; ecco i miei progetti per il futuro: stare nel presente.

 

Che consigli daresti a un giovane musicista di 18 anni?

Di saltare i pasti e non pensare a nient'altro che a suonare. La musica è una missione che necessita totalità, se la si vuole praticare ad alti livelli. Charlie Parker, l'immortale sassofonista jazz che inventò il bebop, è considerato da tutti il prototipo dell'artista puro talento: non sapeva leggere lo spartito, si drogava e beveva pesantemente, morì giovanissimo e distrutto nel fisico. Insomma il classico cliché di genio e sregolatezza. Ma non lo era per niente: una volta gli chiesero quante ore al giorno passasse a suonare, o a studiare o a esercitarsi, è la stessa cosa. Bene, lui rispose con la massima naturalezza: non tanto tempo, 10 o 12 ore al giorno, ma quando ero ragazzo anche 14.

 

Cosa significa per te sperimentare?

Significa avere il coraggio di giocare, facendo credere a tutti di voler cambiare il mondo. Quando il musicista vede un nuovo strumento, scopre un nuovo attrezzo o una nuova modalità di usare uno vecchio, è felice come un bambino che scarta i regali a Natale. Poi però bisogna andare avanti, avere il coraggio di fare cose nuove, abbandonare non tanto la paura ma l'inerzia, quella forza dell'abitudine che ti fa rimanere nella comfort zone anche tutta la vita, se non ti dai una svegliata. Sta tutto nel provare, nel battere sentieri vergini: il resto viene dopo. Le rivoluzioni, i generi musicali, sono etichette che qualcuno – noi musicisti stessi o i critici – affibbiano a posteriori a qualcosa che già esiste.