di Gianluigi Ricuperati

 

Carlo, tu sei un vero 'untaggable': hai avuto molte vite e molti ruoli diversi. Facciamo un riassunto?

Sono laureato in Diritto d’autore e ho principalmente fatto lavori che guardano intorno alla produzione e progettazione per l’industria culturale di massa. Ho lavorato, nella seconda vita della nota cantante Caterina Caselli, altrimenti detta Casco d’oro, nel progettare la seconda parte della sua carriera ovvero una casa discografica (Sugar) che abbiamo fatto insieme e di cui io ero direttore generale, dal ’90 al 2002, e che da zero è diventata la seconda casa discografica d’Europa, grazie anche a un signore che si chiama Andrea Bocelli e alle sue canzoni di Natale. Dopo di che ho lavorato anche a Torino perché ho progettato, insieme a Paolo Repetti e Severino Cesari, una linea editoriale dell’Einaudi, che si chiama Stile Libero, che è stata considerata forse l’unica novità editoriale degli anni Novanta, prima che l’Einaudi fosse acquisita dalla Mondadori nel ‘94, prima che il signor Giulio (Einaudi) morisse nel ’99. Poi ho progettato per Feltrinelli tutta la parte digitale di Feltrinelli.it. In seguito ho brevemente diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles. Poi per alcuni anni mi sono occupato di editoria periodica, facendo RollingStone, Wired e GQ. Poi ho lasciato anche quel mondo. Nel mentre per non perdere troppo tempo avevo deciso di dedicarmi anche alla produzione cinematografica lavorando ai film di Luca Guadagnino, del quale adesso stiamo producendo il remake di Suspiria. Allo stato attuale la produzione è il mio cosmo di riferimento, ma non so cosa riserverà il futuro.

Che cosa deve fare un’istituzione, o un’azienda, o una rivista, per essere davvero contemporanea e crossdisciplinare secondo te?

Soprattutto deve evitare l’errore che ho visto compiere da numerose istituzioni culturali: mi sono reso conto che esiste un problema ma anche un’opportunità che riguarda la parola ‘cultura’, sarebbe troppo lungo discutere di ciò adesso ma è importante pensare che se c’è una cosa divertente del tempo presente è lo sbriciolarsi delle divisioni tra campi culturali e commerciali, tra campi industriali, materiali e immateriali, e tra la fruizione e la produzione. Già nel 1980 Alvin Toffler con il libro The third wave introduce il concetto di prosumer, la figura moderna che è insieme consumatore e produttore, una figura che però pochi mettono in atto veramente. Viene messo in atto nell’economia digitale ma pochi lo fanno quando si tratta di progettare uno spazio vero, fisico. Magari dedicato all’ascolto e alla fruizione della musica. 

Quali sono le urgenze che un producer di cultura dovrebbe affrontare oggi?

La prima è di creare spazi in cui la gente non sia passiva: immagina un luogo di concerti in cui non si potrà venire semplicemente a vedere cosa suonano gli altri.

La seconda cosa è assai più ampia e riguarda davvero la produzione culturale nel suo insieme: bisogna tornare a quel libro del 1959 di Charles Snow che si intitola Le due culture, nel quale l’autore sostiene che nel secolo scorso l’informazione scientifica correva di pari passo con la conoscenza culturale. Tutti noi sapevamo negli anni Settanta cos’erano i quanti e cose del genere. In questo momento invece viviamo nella situazione speciale in cui mentre la comunità scientifica conosce più o meno tutto ciò che produce la comunità culturale, la comunità culturale non ha realmente un’idea di cosa produce la comunità scientifica. Cioè è rimasta una nozione delle materie scientifiche che più o meno è basata sulle scoperte del dopoguerra. Quindi la conoscenza che nel Novecento si era avvicinata tra il campo scientifico e il campo culturale si sta riallontanando, quindi scopo di questo posto sarà quello invece di riavvicinarlo ancora perché c’è molta più intelligenza, questo è un mio personale parere, in questo momento nell’avanzamento scientifico e tecnologico di quello che non c’è in campo culturale. Quindi c’è la necessità di riallineare paradossalmente la produzione culturale alla supersonica progressione che sta accadendo in altri campi. Quindi al centro dell’idea di cultura sarà l’idea di diffusione e di informazione su ciò che si può fare e che è già consentito.

E il modello economico, che è la vera croce di tutte le iniziative culturali alte?

Io sono fermamente convinto che in questo momento non esiste iniziativa commerciale che si possa definire di successo senza che essa includa della forte intelligenza al suo interno altrimenti non ce la fa. È una situazione troppo darwiniana nella quale la crisi ha impattato soprattutto in termini di inventiva. Le due culture non sono solo la cultura scientifica e la cultura umanistica, ma anche la cultura commerciale e la cultura intesa come un parco giochi, dove gli adulti sono come dei bambini e si divertono a fare delle cose che poi non producono denaro.