Bot, chatbot o semplicemente assistenti vocali. Le definizioni cambiano, ma le cosiddette “app conversazionali” (i software che dialogano con gli utenti) non fanno altro che aumentare il proprio appeal su aziende, fondi venture capital e imprese innovative. Traxn Blog, un portale Usa, ha registrato un picco di 227 milioni di dollari di investimenti in startup del settore nel solo 2016, pari a un balzo del 129% rispetto al 2015. E non si parla di una crescita costante ma di un exploit a tutti gli effetti, visto che nel 2014 il totale di finanziamenti non andava oltre i 30 milioni di euro. D'altronde anche giganti dell'Ict come Microsoft e Google stanno puntando sui chatbot per rinforzare la propria vocazione di gruppi dell'internet as a service, il Web come strumento al servizio degli utenti e delle imprese. La tecnologia sta vivendo il suo momento d'oro, ma la saturazione della domanda è sempre in agguato. I chatbot sono utili soprattutto per svolgere funzioni routinarie, come le risposte a richieste frequenti degli utenti o l'esecuzione di compiti elementari, ma rischiano di incepparsi appena si alza un po' l'asticella, dimostrando i limiti di quella che si chiama “intelligenza” artificiale.