di Gianluigi Ricuperati

Alessandro Baricco ha fatto un operazione di committenza che non vorrei definire committenza equilibrata, un’operazione perfettamente riuscita se non altro perché il posto è bello, il mix di pubblico e privato è veramente virtuoso o quasi unico in Italia, e poi in effetti è una specie di esploso architettonico di un'idea di scuola. Mi piacerebbe partire col chiedere: in questo caso se ti sei sentito più committente o architetto?

Sono contento che hai citato questa cosa del pubblico e del privato perché uno degli aspetti di questa struttura mostruosa in cui ci troviamo è che può insegnare, diciamo che ha insegnato a me a fare impresa privata. La dico brutalmente, i privati poi alla fine devono comunque fare dei profitti, la nostra di base è una società srl, ma c’è stata una collaborazione con la collettività: c'è stato un incontro fra un’esigenza di un'azienda che voleva una sede più grande e una città che aveva un buco nero. Questa vecchia caserma era abbandonata da 10 15 anni, non era un rudere perché la struttura è sana, però quando noi siamo arrivati era sostanzialmente abitata da homeless. Poi quando abbiamo incontrato il quartiere è venuta fuori la percezione che c'era di questa caserma, quella di un buco nero inquietante. La riqualificazione non solo di questo borgo ma di questo spicchio di città è uno degli obiettivi di noi cittadini di Torino. Ecco voglio dire che c'è una prassi che si può fare in tempi ragionevoli e con assoluta pulizia e grazie alla quale si incontrano queste due esigenze; in Italia abbiamo un tabù nella collaborazione fra noi cittadini contribuenti e attività private. Io e altri pensiamo che questo sia uno dei blocchi che impediscono all'Italia di respirare secondo le proprie potenzialità. Qui la roba esiste, l'abbiamo fatto, è il risultato di una collaborazione e di un lavoro serio fatto da moltissimi carismi differenti. È possibile farlo, sono contento che ci sia, che tutti la possano vedere.

Dopodiché è stato molto rischioso, siamo stati fortunati e come committenti eravamo molto divertenti, molto scomodi. Questa scuola è il frutto del lavoro di moltissima gente a tutti i livelli, per cui si sono qua io ma naturalmente non ci sarebbe nulla di tutto questo senza i miei soci che sono Carlo Feltrinelli e Francesco Oscar Farinetti; non ci sarebbe questa scuola se non ci fossero i due architetti Stefano Seita e Marco Zocco. Altre persone ci hanno aiutato e ci hanno accompagnato in questo viaggio quando è stata l’ora di scenografare la scuola, quando si trattava di fare delle scelte di stile e di bellezza: abbiamo lavorato con Dante Ferretti e con Riccardo Buzzanca. In virtù della sua enorme gentilezza e disponibilità c’è stato Renzo Piano che è un po' il nonno di questo progetto, nel senso che quando siamo venuti a vedere questa caserma l'idea di partire era spaventosa, allora prima di dire sì ho portato della gente di cui mi fido, e una di queste persone è Renzo Piano: è stato molto importante per me e per tutti noi che lui sia entrato in questo cortile e abbia detto semplicemente sì, sicuramente perché qui non era facile intuire che se ne poteva fare tutto questo. Gli architetti hanno dovuto superare almeno due ostacoli che probabilmente sono le classiche cose che irritano gli architetti: una erano i tempi, perché noi abbiamo dovuto agire con grande velocità: la scuola non è come casa mia, che se si finisce con un mese di ritardo non importa, la scuola se manchi l’inizio a ottobre salti un anno e dal punto di vista della società questo era rovinoso. Perciò un anno prima noi abbiamo fissato la data del primo giorno di scuola - 8 ottobre 2013 - abbiamo messo un countdown sul sito e i nostri architetti hanno cominciato a guardare questo countdown. Siamo stati tutti fortunati, è stata una bella annata, non pioveva tanto, abbiamo fatto il tetto tranquillamente. L'altra cosa è che mi rendo conto che per un architetto è una cosa irritante quello che io avevo in mente di fare: una scuola che si componeva del lavoro di molta gente, non avevo in mente di scegliere un architetto cui delegare tutto, pensavo che ci fosse naturalmente un architetto che tenesse tutto insieme, però mi stava proprio a cuore affidare una parte a un non architetto, molte parti decorative o scenografiche ad altri, poi all’architetto si chiede di tradurre e non è facile; bisogna avere disponibilità pazienza e molta abilità e i nostri l'hanno avuta. Sono a metà del lavoro: qui dentro c'è una visione, ne vedete metà per adesso.

 

Cosa manca?

Voi siete seduti in un posto dove c'era una catena di montaggio di bombe, e abbiamo tenuto le tracce di tutto questo: bisogna dire che noi umani alle volte facciamo anche delle cose buone, adesso costruiamo narratori, come passaggio antropologico non è male. Questa caserma è intitolata ad uno che si chiama Cavalli, l'inventore di un meccanismo che permetteva agli obici di andare dritto: di per sé questo è buono, ma rispetto all'intera logica in cui è meglio uccidere più persone possibile abbiamo fatto dei passi avanti. Abbiamo 150 allievi, il prossimo anno ne avremo il doppio, quindi non abbiamo aperto un'altra ala per non pagare il riscaldamento. Voi mi direte: perché stai a fare i conti, ma non sono solo i conti, è la vita che poi ci metti dentro. Io mi ricordo che a scuola finita, e completamente vuota, ho provato una sensazione che sicuramente molti architetti hanno provato: di andare a camminare negli edifici che hanno finito prima che ci vada la gente a vivere, e immaginare le persone, dove andranno a prendere la luce, dove si incontreranno, dove non andranno mai. Noi questo lo facciamo molto, ci stiamo a guardare, noi stessi come lavoriamo e i ragazzi come si muovono, Poi molto nascerà semplicemente dal fatto di vederli muoversi in un certo modo, perché sono loro che intuiscono il genius loci e quindi poco a poco tutto si creerà all'interno di questo posto.

 

Visto che parlavamo di rapporto tra letteratura e architettura, comunque diciamo tra umanisti di un certo tipo e umanisti altro tipo, vorrei sapere cos'è questa esperienza che ti ha insegnato dell'architettura, se già esisteva una passione profonda da parte tua, un interesse.

Tu forse lo sai meglio di chiunque altro perché lavori un po' in due ambiti, però insomma noi qui stiamo a raccontare, e il parallelo con l’architettura è costante. Io mi sorprendo un numero di volte incredibile a parlare con i miei allievi e a fare degli esempi di architettura; alla fine dico spesso: voi costruite delle cattedrali piccole e grandi. Libri, film, c'è sempre un’architettura, e quindi io mi sento proprio vicinissimo a quel mestiere: gli invidio una specie di sapere tecnico, che per chi scrive libri è più evanescente. Mi ha ricordato molto l'esperienza di quando ho fatto il film, perché alla fine tu hai un budget, stai cercando di tradurre la visione di 3-4 persone in qualcosa di reale che poi la gente abita. È veramente un'esperienza molto molto simile perché fai scelte di tipo artistico, i colori, però poi anche molto di mestiere: devi scegliere il tipo di pellicola; anche lì mi piace perché appunto è molto più da architetti. Quando scriviamo libri, in cambio della più alta e irripetibile libertà che nessun altro narratore ha, abbiamo questa specie di vaporizzarsi della tecnica. C'è un aspetto tecnico nel nostro mestiere, ma ci vuole l'occhio dell'artigiano per vederlo, tant'è che molti pensano che non si possa insegnare a scrivere. Probabilmente impariamo molto da qualsiasi metafora costruttiva: noi abbiamo un corso che si chiama 'Fondamenta', ma proprio nel senso di scavare nella terra per andare a radicarsi. È un po' come quando vai a vedere gli ornamenti di stucchi, le parti inutili, oppure le cose scolpite sulle guglie della cattedrale che nessuno vedrà: ma le facevano perché le vedeva Dio, e li siamo proprio nel nostro mestiere. Mettiamo moltissime decorazioni che rischiano di essere puro stucco; ma c’è poi questa frase splendida di Karl Kraus che dice “Impressionante come le decorazioni possono essere utili se devi scalare una facciata di un palazzo”. Noi dei libri, costruiamo molte decorazioni che sembrano inutili, ma non lo sono: sono la decorazione a cui voi vi appigliate per scalare la facciata di questo palazzo strano che è un libro.