Dieci gradi sotto zero. Il vento freddo e tagliente che gela la pelle. In contrasto con il sole caldo, che rinfranca, sotto il cielo di un azzurro profondo. Sono bastati pochi minuti di volo da Madonna di Campiglio e l’elicottero ci ha lasciati da qualche parte sulla cima del Grostè, a duemilacinquecento metri di altezza.

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«Questo posto per me è casa. È il luogo dove voglio tornare, quello a cui penso tutti i giorni». Mentre parla Adriano Alimonta, presidente dell’ATP e del Soccorso Alpino trentino, si guarda intorno con un sorriso felice stampato sul viso. Accanto a lui, un’espressione molto simile, c’è Fabrizio Longo, direttore di Audi Italia: «Tornare in questi posti che mi sono entrati nel cuore da piccolo è come ritrovare una parte di me stesso», confessa mentre si prepara a “ciaspolare” con Alimonta.

I due si incamminano sulla cresta del monte. Avanzano sferzati dal vento fino al limite della via percorribile, si fermano a godere del panorama immenso e maestoso, ritornano sui propri passi. «Chi viene qui deve dotarsi di umiltà, voglia di apprendere e rispetto, altrimenti la montagna può rivelarsi estremamente pericolosa», ammonisce con piglio severo Alimonta al suo ritorno. «Qui non si impara solo l’amore per la natura - aggiunge Longo - ma anche la storia degli uomini che ieri hanno combattuto, mentre oggi lavorano per proteggere un ecosistema dove convivono tradizioni e tecnologia».

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Per un attimo, restiamo in silenzio: il nostro sguardo è rivolto verso il ghiacciaio di Lares, nella parte orientale del gruppo dell'Adamello, dove tra le cime c’è anche il Corno di Cavento, un luogo vivo nei ricordi del direttore di Audi Italia. «È un posto magico - ammette - dove c’è un ghiacciaio che resiste allo scioglimento, quasi a volerci ricordare quanto sia importante che l’uomo protegga la natura. Una delle tante ragioni - aggiunge - per cui noi siamo sbarcati in questo territorio, dove vogliamo portare il nostro modello di collaborazione attiva e propositiva».

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Giusto il tempo di gelarsi le mani nel tentativo di scattare qualche foto, ed è già ora di risalire sull’elicottero, che nel frattempo è tornato a prenderci. Il volo è brevissimo, la vista mozzafiato. Pochi minuti dopo l’atterraggio siamo già al caldo nel salone di un albergo, dove ritroviamo Adriano Alimonta per parlare ancora della montagna e della sua sacralità.

Alimonta è anche e soprattutto una guida alpina, mestiere che nella sua famiglia si tramanda di padre in figlio. «All’inizio, da bambino, la montagna mi faceva paura, al punto che pregavo mio padre di non portarmi con lui» rivela a sorpresa. Poi, con il tempo, il giovane Adriano ha trovato la sua misura e iniziato quel dialogo profondo e rivelante con la natura che continua ancora oggi.

Ex discesista, esperto di nivologia, già dipendente delle funivie come responsabile delle piste, esperto di tecniche per il controllo e la gestione dei pendii e il monitoraggio delle valanghe, direttore di pista per lo slalom di Coppa del Mondo, persino maestro di sci - «anche se non ho mai esercitato questa professione, perché ho poca pazienza» - Alimonta è sempre stato un uomo severo con se stesso e con gli altri, perché vivere ad alta quota ti insegna che le leggerezze si possono pagare con la vita.

Oggi però le cose per lui stanno cambiando: A rendermi più tollerante e aperto al dialogo con gli altri - spiega - sono il desiderio e la necessità di comunicare per condividere anche con tutti l'amore per la montagna, ma anche e soprattutto di insegnare il rispetto per essa.

Mai come adesso ce n’è stato tanto bisogno: nell’epoca della velocità, ogni esperienza viene vissuta in fretta, senza il tempo di approfondire e comprendere. Così accade sempre più spesso che si faccia alpinismo «senza avere il tempo di assorbire i valori della montagna, e con scarsa consapevolezza del pericolo».

È cambiato il modo di vivere la montagna perché è cambiata la società - commenta Adriano Alimonta con un filo di malinconia - «perché siamo stati privati del nostro tempo libero, e se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo correre». Mentre parla, ogni tanto si sente il bip delle due ricetrasmittenti che porta in tasca sempre accese: la sua connessione permanente alla centrale del Soccorso Alpino Trentino.

«Anche il soccorso stesso è cambiato - continua Alimonta, quasi a interpretare quel suono come un suggerimento - perché prima si interveniva tempestivamente per i casi gravi, mentre chi restava semplicemente bloccato doveva arrangiarsi e aspettare, magari restando fuori una notte in più».

Oggi, invece, una cosa del genere è impensabile, spiega, «perché la gente va di fretta, non può o non vuole rinunciare ai propri impegni e quindi si aspetta un intervento tempestivo anche se non deve fronteggiare una urgenza».

Tutto questo è un peccato - suggerisce infine il presidente dell’APT di Madonna di Campiglio - perché vivere la montagna come un’esperienza da “toccata e fuga”, impedisce di comprenderne la vera bellezza, di apprenderne gli insegnamenti.

Sarebbe invece meglio darsi il tempo di scoprire e apprezzare quel senso profondo di solidarietà umana, quella innata capacità di collaborare che la montagna risveglia in persone anche diversissime tra loro, assieme a quel rispetto per la natura dal quale dipende il nostro futuro.

Lo dobbiamo al pianeta, a noi stessi e, soprattutto, a chi verrà dopo di noi.